((trad.©Erik
Battaglia)
Lassù
sulla cima del monte
il
castello è avvolto nella notte,
ma nella
valle guizzano lampi,
con
furibondo clangore di spade.
Sono
fratelli, a battersi laggiù
furenti in
feroce tenzone.
Parla,
perché due fratelli debbono
vedersela
spada alla mano?
Furono gli
occhi di contessa Laura
ad
accendere la fraterna disfida.
Ambedue
ardono ebbri d’amore
per la
graziosa nobile fanciulla.
Ma a quale
dei due
il suo
cuore inclina?
Non serve
lambiccarsi -
Spada,
decidi tu!
Combattono
temerari e arditi,
con
schianti di colpi su colpi.
In
guardia, furiosi duellanti!
La notte
tesse miraggi maligni.
Ahimè!
Ahimè! Fratelli feriti!
Ahimè!
Ahimè! Valle di sangue!
I due
contendenti periscono
ciascuno
nell’acciaio dell’altro. -
Passano e
svaniscono secoli,
la tomba
le discendenze accoglie;
tristemente
dalla sommità del monte
il deserto
castello domina la valle.
Ma ogni
notte, laggiù, un prodigio
trasforma
segretamente la scena;
al primo
rintocco della mezzanotte
i due
fratelli appaiono, e lottano.
(trad.©Erik
Battaglia)
La
mezzanotte s’appressava;
Babilonia
giaceva silenziosa.
Soltanto
nell’alto palazzo del re
le torce
guizzano e s’ode baccano.
Lassù
nella regale sala
Belsazar
celebrava una festa.
I vassalli
sedevano in sgargiante teoria,
vuotando i
bicchieri di vino vivace.
I calici
tintinnavano, i vassalli esultavano;
e
all’ostinato re tanto fragore aggradava.
Le guance
del re avvampavano,
e il vino
destava in lui coraggio.
Poi il
coraggio si trasforma in incoscienza,
ed egli
apostrofa blasfemo la divinità.
Si vanta
insolente, bestemmiando,
e la
schiera dei sudditi lo applaude.
Poi, con
sguardo fiero, il re chiama;
il
servitore corre via, dopo riappare.
Porta sul
capo il vasellame dorato,
che già fu
rubato nel tempio di Jehova.
E il re con
mano sacrilega afferra
un sacro calice, colmo sino all’orlo.
E lo
svuota del tutto, avidamente,
e grida
con la bocca schiumante:
»Jehova!
Io ti disprezzo in eterno –
Io sono il
re di Babilonia!«
Le
orribili parole s’erano appena spente
che già in
cuor suo il re provò terrore.
Le risa
acute tacquero d’improvviso;
in sala
regnò mortale silenzio.
E,
meraviglia! Sulla parete bianca
si stagliò
come una mano d’uomo;
e scrisse,
scrisse sulla bianca parete
lettere di
fuoco; scrisse e scomparve.
Il re sedeva
attonito, esangue
e con le
ginocchia tremanti .
Un brivido
pervase i vassalli,
che
sedevano muti e immobili.
Vennero i
saggi del re, ma nessuno
seppe
decifrare la scritta di fuoco.
In quella
stessa notte Belsazar
fu ucciso
dai suoi vassalli.
Con che fervido
piacere
(trad.©Erik
Battaglia)
Con che fervido
piacere
ti
percepisco, o canto!
Amorevolmente
sembri dire
ch’io gli
son sempre accanto.
Che lui mi
pensa in eterno,
che la sua
beata gioia
egli
ancora dona a lei lontana,
che a lui
consacrò la vita.
Si, amico
mio! Il mio cuore
fu
specchio pei tuoi sguardi,
e sul mio
seno, con mille baci,
tu
imprimesti il tuo sigillo.
Dolce
poetare, trionfo di verità,
m’incatenano
per empatia!
L’onestà
d’amore prende corpo
nella pura
veste d’una poesia.
(trad.©Erik
Battaglia)
Ti sei sollevato
dal sonno
E cammini
per i campi.
Su ogni
terra si distende
Il magico
blu dei cieli.
Finchè tu,
libero dalle cure,
eri
immerso nel sonno,
il cielo
dell’alba ha
versato
molte lacrime.
Spesso
nelle notti silenti,
uomini
hanno pianto il loro dolore,
e al
mattino hai creduto che
sempre
lieto fosse il loro cuore.
(trad.©Erik
Battaglia)
Ora riposa
dalle dolorose cure,
dalle pene
d’amore,
colui che
desiderava
la
riunione celeste
e passato
alla casa
del Salvatore.
Anche nel
sepolcro
brilla una
stella
per l’uomo
giusto.
E come
stella nella notte
a lui
apparirà il Signore
nella
gloria celeste.
Per lui
intercedete, anime sante
Che a lui
non manchi il
Tuo
conforto, spirito santo.
Ascolta,
inni gioiosi risuonano
E
solenni,accompagnati
dalle arpe
angeliche.
(trad.©Erik
Battaglia)
Di nuovo
Primavera lascia ondeggiare
Nel vento
il suo nastro azzurro;
profumi
dolci, ben noti, sorvolano
la terra,
ebbri di presentimenti.
Già
sognano le violette,
è tempo
che ritornino.
Ascolta il
suono distante di un’arpa!
Sei tu,
Primavera!
Ti
riconosco!
(trad.©Erik
Battaglia)
Al
prezioso gioiello di primavera,
alla rosa
che mi dà gioia,
che già si
piega e impallidisce
al
bruciante calore del sole,
io porgo
il calice d’acqua
che sgorga
da fonte profonda.
Così in
te, rosa del mio cuore,
segnata e
resa pallida
dal
silente dolore, lievemente
vorrei
infondere la mia anima
porgendola
ai tuoi piedi
come
l’acqua che offro al fiore!
Anche se
così non potrei
Vederti
felicemente risorgere.
‘
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