(trad.©Erik
Battaglia)
Dormi tu,
bambino del cielo,
dormi
bene, tu bimbo soave;
angioletti
ti rinfrescano
con lieve
vento di paradiso.
Noi poveri
pastori cantiamo
per te
un’affettuosa ninananna.
Dormi, bambino
del cielo, dormi.
(trad.©Erik Battaglia)
Si, lo
sai, anima cara,
che io mi
struggo lontano da te,
l’amore
rende malati i cuori,
ti
ringrazio!
Una volta,
brindando alla libertà,
alta levai
la coppa d’ametista,
e tu
benedicesti la bevanda,
ti
ringrazio!
E scacciasti
gli spiriti maligni,
finchè io,
e mai lo fui prima,
redento
caddi al tuo cuore,
ti
ringrazio!
(trad.©Erik
Battaglia)
Nominare
dovrei la mia regina,
voi dite,
nel regno dei canti?
Siete
folli, io la conosco
meno di
ciascuno di voi.
Chiedetemi
il colore dei suoi occhi,
chiedetemi
come risuona la sua voce,
chiedetemi
del suo passo, del portamento, della danza:
ah! Cosa
ne saprò mai di tutto ciò?
Non è
forse il sole la fonte
di ogni
vita, di ogni luce?
E cosa
sappiamo del medesimo,
io, voi e
tutti? Niente.
(trad.©Erik
Battaglia)
Dal bosco
avanza la notte,
lieve
scivola dagli alberi
guardandosi
attorno:
stai
attento!
Tutte le
luci di questo mondo,
tutti i
fiori, tutti i colori
lei
spegne, e ruba i covoni
dal campo.
Tutto
prende, ciò che a noi è caro,
prende
l’argento dal fiume,
dal tetto
di rame del duomo
prende
l’oro.
Gli
arbusti sembrano spogli,
avvicina
la tua anima alla mia;
oh! Temo
che la notte mi ruberà
anche te.
(trad.©Erik
Battaglia)
Perché
così tardi, Georgina?
Già è
finita la fiaba delle rose,
e l’ape
sazia di miele ha già
scelto il
suo luogo di riposo.
Non sono
troppo fredde queste notti per te?
Sopravviverai
a questi giorni?
E se io
ora ti donassi la primavera,
o
sognatrice gialla di fiamma?
E se io ti
irrorassi con rugiada di maggio,
versassi su
di te la luce del giugno!
Ah, cosí
non saresti più l’ultima,
orgogliosa
di essere unica.
Perché,
sognatrice, io ti tento invano?
Porgimi
fraternamente la mano.
Io non
conobbi il maggio della vita,
tu non sai
la primavera;
E tardi come
fu per te, gialla di fiamma,
l’amore
entrò nel mio cuore.
Presto o
tardi, è lo stesso
incanto, è
lo stesso dolore.
(trad.©Erik
Battaglia)
“Pazienza”,
mi dici, e col bianco dito indichi
la porta
sprangata del mio futuro.
È forse il
minuto che si attraversa inferiore
a quello
che verrà? Dimmelo!
Se con
l’amore puoi rinviare la primavera,
allora ti
chiederò di darmi l’eternità,
Ma con la
primavera anche l’amore finisce,
e il tempo
non paga i debiti del cuore.
“Pazienza”,
mi dici, abbassando i riccioli neri,
e ogni ora
cadono petali dal fiore,
e ogni ora
la campana a morto domanda
l’ultimo
pegno di lagrime per la tomba.
Guarda
come scorrono via i giorni,
ascolta,
invitanti bussano al cuore:
apri,
apri! Ciò che non otteniamo oggi,
domani
sarà perdita irrimediabile.
“Pazienza”,
mi dici, e abbassi le palpebre:
disattesa
è la mia domanda di felicità.
Addio,
allora; non ti vedrò mai più.
Così vuole
il mio destino inesorabile.
Credevi
che, poiché altri dovettero aspettare,
perché
aspettare possono, anch’io possa e debba.
Ma per
amare e baciare a me è concessa,
come al
cespo di rose, una sola primavera.
(trad.©Erik
Battaglia)
Sia detto
qui apertamente e
confessato
al mondo intero:
a molti ho
segretamente confidato
il male
che tu mi hai fatto.
L’ho detto
all’esercito dei fiori,
silenziosamente
l’ho detto alla viola,
ad alta
voce alla rosa e ancor più
alla
camelia dai grandi occhi.
Ma non v’è
nulla da preoccuparsi -
puoi stare
allegra e serena;
coloro che
l’han saputo sono morti
e ad altri
non potranno confidarlo.
(trad.©Erik
Battaglia)
Sul campo
falciato di fresco
sta
solitario il fior di zafferano,
col corpo
d’un giglio
e il
colore d’una rosa.
Ma è
veleno, ciò che nel
puro
calice rosseggia -
l’ultimo
fiore, l’ultimo amore:
ambedue
belli ma mortali.
(trad.©Erik
Battaglia)
Posa la
fragrante reseda sulla tavola,
appoggia
gli ultimi astri rossi
e parliamo
ancora d’amore,
come
allora, a maggio.
Dammi la
mano, ch’io la stringa in segreto,
e non
m’importa se qualcuno ci vede;
dammi uno
solo dei tuoi dolci sguardi,
come
allora, a maggio.
Oggi, su
ogni tomba, profumano gemme in fiore;
Un giorno
all’anno è concesso ai morti,
vieni sul
mio cuore, mia ancora una volta,
come
allora, a maggio.
(trad.©Erik
Battaglia)
Porgo
umilmente all’aspro giogo il collo
il volto
lieto a la fortuna ria,
e alla
donna mia
nemica il
cor di fede e foco pieno;
né dal
martir mi crollo,
anz’ogni
or temo non venga meno.
Ché se ‘l
volto sereno
cibo e
vita mi fa d’un gran martire,
qual
crudel doglia mi può far morire?
(trad.©Erik
Battaglia)
Con la tua
pioggia e le tempeste scroscianti
sii
benvenuta, luna decembrina,
e indicami
la via per l’amata casa
dove
dimora la mia diletta Signora.
Il maggio
in fiore, il blu dei cieli
e la
luccicante rugiada mai accolsi
con gioia
come oggi le tue nevi,
il grigiore
di nuvole e nebbia;
Poiché nel
turbinio dei fiocchi
più bella
d’ogni primavera sorride,
splendida
fiorisce la primavera d’amore
furtiva su
di me in questa notte d’inverno.
(trad.©Erik
Battaglia)
Oh, non
maledicete il dolore d’esistere!
Osservate
le foglie quando muoiono,
nella luce
dorata dell’autunno,
non sono
forse più variopinte che in vita?
Cosa può
eguagliare il germoglio della fine
nel
sospiro della brezza d’ottobre?
Più
cristallino delle più terse acque
brilla
l’occhio nello sgorgar di lacrime,
l’ardente
crepuscolo fiammeggia più cupo
dell’alto
fulgido sole del meriggio,
e nessuno
bacia così fervidamente
come
coloro che per sempre si separano.
(trad.©Erik
Battaglia)
Come il
cuore quando lungamente
e invano ha
desiderato una lacrima,
che
alleviasse il suo tormento,
ecco
esplodere la terra intorpidita
e
prigioniera di ghiaccio e brina,
la gelida
patina dell’inverno.
Per boschi
e campi, monti e laghi,
germoglia
fertile sull’antico dolore
e
verdeggia su rami e vigne
e nello
scuro cielo al crepuscolo
e
rabbrividisce in gocce di rugiada
che
ondeggiano sui prati.
Ora,
dolore per lei che ho perduto,
liberati
dal tuo gelido torpore,
e unisciti
al corso del fiume.
Devi
ardere tra nuvole e lampi
e fiorire
con le viole matronali
e
sanguinare con le rose.
(trad.©Erik
Battaglia)
Più lievi
oscillano i rami,
la barca
punta verso il porto,
la colomba
rincasa al nido,
rincasa il
mio cuore presso te.
Abbastanza
nel giorno scintillante,
quando la
vita erompe tutt’intorno,
con battiti
d’ala inconsulti
egli ha
vagato, lontano.
Ma ora che
il sole s’è congedato
e il
silenzio discende sul bosco,
egli sa:
dove sei tu è pace,
il riposo
è solo con te.
DA QUANDO I TUO OCCHI
GUARDARONO NEI MIEI
(trad.©Erik
Battaglia)
Da quando
i tuoi occhi guardarono nei miei
e l’amore,
come scendesse dal cielo,
su di me
scese simile a rugiada,
cos’altro
posso chiedere alla terra?
Mi donò la
sua parte migliore,
e di
tranquilla felicità d’amore
fu piena
la vita mia intera
da quel
preciso istante.
(trad.©Erik
Battaglia)
Mi chiedi,
fanciulla, cosa sussurra e confida
il vento
di ponente alla campanula?
Perché da
ramo a ramo s’ode
il
richiamo cinguettante d’uccelli?
Perché
gemme si stringono a gemme,
e onde
scorrono a fianco d’onde,
perché
quando sul calice si culla il baglior lunare
le viole
della notte si dischiudono?
O vane
domande! Chi anela a conoscere
non può
non ricevere risposta;
dunque
aspetta, bambina, l’arrivo d’amore,
e ogni
cosa ti sarà chiara.
(trad.©Erik
Battaglia)
Coperta da
un velo scuro
è la luce
del giorno per me,
nuovi soli
si levino pure:
non m’è
dato vederli.
Il mio
sguardo vaga nella
crepuscolante
lontananza;
dal cielo
occhieggia cupa
una stella
solitaria.
Una
fanciulla pallida in viso,
mi fa
cenno da laggiù:
io ti ho
preceduto,
perché
indugi?
(trad.©Erik
Battaglia)
Più non
temere, e prode sopporta
le tue
pene e i tuoi tormenti,
mai così
sanguinò la piaga,
pure un
giorno essa guarirá.
Sotto la
spessa coltre di ghiaccio
giá sogna
il giovane germoglio
d’esser
risvegliato da primavera
con
l’incantevole suono d’amore.
Volgi il
tuo sguardo verso l’alto:
stretto
nel cupo grigiore di nubi,
infine
eromperà, accecandoti,
il
glorioso blu del cielo.
Ma anche
le ore tristi,
e le
lacrime, che hai pianto -
sta certo,
che come gioie svanite
un giorno
ti appariranno più dolci.
E con
nostalgia per metà gaia
per sempre
prenderai congedo
dal
dolore, il tuo compagno,
che a
lungo ti fu fedele.
(trad.©Erik
Battaglia)
Sulle
punte dei remi battenti
un
bagliore brilla tremulo;
ad ogni
colpo lampeggia e
vola
danzando di onda in onda.
Per l’estasi
d’amore il mio cuore
trema nel
petto e brilla come i flutti,
esulta
rivolto alle stelle e ai soli,
e freme
svanendo nel fluttuante ardore.
Sulle
rupi, tra i verdi platani,
già vedo
il tetto retto da colonne,
e la luce
che sul terrazzo tremola
mi dice
che l’amata ancora veglia.
Vola,
barca, e discreta nascondici,
nascondici
beata notte d’agosto.
Dolce è
cullarsi sulle onde,
più dolce
sul suo petto.
(trad.©Erik
Battaglia)
Apri,
apri, ma piano, piccola mia,
sì da non
svegliare alcuno.
Il
ruscello mormora appena, nel vento
fruscia
appena una foglia della siepe.
Dunque
piano, fanciulla, nulla si muova,
solo la
maniglia solleva gentilmente.
Con passi
lievi, come passi d’elfi
che
saltellano sopra i fiori,
librati
leggera nella notte lunare
e scivola qui
da me, nel giardino.
D’intorno,
presso il ruscello, dormono fiori
e nel
sonno profumano; solo amore veglia.
Siedi qui,
nella misteriosa
penombra
dei tigli,
l’usignolo,
sopra di noi,
sognerà i
nostri baci,
e la rosa,
al risveglio mattutino,
avvamperà
per la tremante estasi della notte.
(da “Foglie di Loto”)
(trad.©Erik
Battaglia)
Perché
fanciulla, continui
a
schermirti con me?
Lieta
accogli la nuova felicità
e dì
apertamente, che ami!
L’alto
ansimare del tuo petto,
l’alterno
avvampare delle guance,
hanno da
tempo svelato il segreto
alle ninfe
e agli spiriti dei fiori.
Nelle
grotte lo mormorano l’acque,
lieve lo
sussurra la brezza della sera,
dovunque
tu vai , ti scherniscono:
Lo
sapevamo da tempo, piccola!
SPANDI SU ME I TUOI NERI CAPELLI
(da “Foglie di Loto”)
(trad.©Erik
Battaglia)
Spandi su
di me i tuoi neri capelli,
volgi
verso me il tuo viso,
e nella
mia anima si riverserà
la chiara,
pura luce dei tuoi occhi.
Non voglio
la gloria del sole,
né la
luccicante ghirlanda d’astri,
voglio
solo la notte dalle tue trecce
e lo
splendore del tuo sguardo.
SON BELLE MA FREDDE LE STELLE DEL
CIELO
(da “Foglie di Loto”)
(trad.©Erik
Battaglia)
Son belle
ma fredde le stelle del cielo,
modesti i
doni che esse concedono;
Volentieri,
per un tuo sguardo,
rinuncerei
al loro splendore dorato.
Quando siamo
separati e soffriamo,
nel corso
dell’anno loro portano solo
l’autunno
con i suoi covoni di spighe
e lo
splendore dei fiori di primavera;
ma dai
tuoi occhi, oh, una messe
sgorga
copiosa in ogni stagione,
come
delicata pioggia incessante,
ed essi
stessi sono come fiori e frutti.
COME POSSIAMO SERBARLA SEGRETA
(da “Foglie di Loto”)
(trad.©Erik
Battaglia)
Come
possiamo serbarla segreta
la beata
felicitá che ci pervade?
No, il
nostro cuore disveli a tutti
anche le
sue pieghe più remote!
Quando due
trovano l’amore
il giubilo
erompe nella natura,
e per
lunghe ore d’estasi
il giorno
rischiara boschi e campi.
Anche il
decrepito fusto di quercia,
che
sopravvive da mille anni,
accende la
cima di verde fiamma
e
stormisce con giovanile ardore.
Alla vista
della gioia condivisa sbocciano
le gemme
in profumo e splendore più intensi,
e più
dolcemente crepitano i ruscelli,
e più
ricco fiorisce lo splendido maggio.
Come
possiamo serbarla segreta...ecc.
(da “Foglie di Loto”)
(trad.©Erik
Battaglia)
Sperare e
poi tormentarsi,
attendere,
al suo balcone, in ascolto,
che un
suono pronunciato da lei
giunga a
me portato dal vento,
così, già
da molte lune, i miei
giorni si
sono susseguiti ai giorni.
Tardi,
quando ancor più silente
la notte
si posa sulla terra desolata,
le mie
stanche palpebre
si
abbassano per un breve sonno;
sospeso
nel sognare di lei,
vado
incontro a rinnovate pene.
Eppure io
ti prego, o cielo:
non mi
privare del più caro bene,
di questo
tormento che arreca estasi,
e che ho nutrito
del mio stesso sangue;
lascia
ardere ancor più alta la fiamma,
nella
quale beato voglio consumarmi.
IL MIO CUORE E’ MUTO, IL MIO CUORE
E’ FREDDO
(da “Foglie di Loto”)
(trad.©Erik
Battaglia)
Il mio
cuore è muto, il mio cuore è freddo,
irrigidito
nel ghiaccio dell’inverno;
di tanto
in tanto, in profondità,
fluttua e
tremante s’agita lievemente.
Allora è
come se una gentile rugiada
rompesse
la coltre ghiacciata;
per boschi
verdeggianti e campi in fiore
mormorano
rigenerati i ruscelli.
E risuonar
di corni, foglia dopo foglia,
portato
dal vento di primavera
mi giunge
dalla profonda voragine
come un
richiamo dei giorni felici.
Ma il
cuore che invecchia è per sempre,
l’eco del
suono morente
svanisce
sempre più distante,
e ogni
cosa torna al suo torpore.
(trad.©Erik
Battaglia)
Tutti i
miei pensieri, il mio cuore e la mente
muovono
alla volta della mia amata.
Né porte
né mura fermano la loro strada,
non li
ferma il catenaccio né il fossato,
vanno alti
per il cielo come uccelli,
non
voglion ponti per fiumi ed abissi,
trovano il
paesello, trovano la casa,
e trovano
tra tutte la sua finestra.
Bussano, e
chiamano:
apri,
lasciaci entrare,
veniamo
dal tuo amato
col saluto
suo gentile,
apri,
apri, lasciaci entrare.
(trad.©Erik
Battaglia)
Tu
coroncina del mio cuore,
d’oro fino
sei fatta,
quando le
altre ti sono vicine,
sei ancora
più incantevole.
Loro
s’atteggiano a giudiziose,
tu sei
dolce e tranquilla,
senza
mire, ma per buona sorte
fai
rallegrare di te ogni cuore.
Loro
cercano il favore di amanti,
con mille
parole insincere;
tu, senza
falsi sguardi e parole,
sei
ammirata in ogni luogo.
Sei come
la rosa nel bosco,
che
fiorisce inconsapevole,
eppure
allieta il cuore
a ciascuno
che passa.
AH, AMOR MIO, ORA DEVO LASCIARTI
(trad.©Erik
Battaglia)
Ah, amor
mio, ora devo lasciarti,
andare per
monti e valli,
ontani e
salici piangono
uniti le
loro lacrime.
Spesso ci
videro camminare
insieme
sulla sponda del ruscello,
ora non
possono concepire
uno di noi
distante dall’altro.
Gli ontani
e i salici
piangono
lacrime di dolore,
pensate
dunque cosa debbano
provare i
nostri cuori.
(trad.©Erik
Battaglia)
Ah, povero
me infelice,
non ho
soldi né averi,
se no
attaccherei quattro cavalli bianchi
per
correre da te al trotto.
Li
adornerei con campanelli,
così mi sentiresti
a gran distanza,
e metterei
un gran mazzo di rose
alla mia
sinistra.
E, giunto
alla tua casetta,
farei
schioccare la frusta,
e tu,
sbirciando dalla finestra:
“cosa
vuoi?”, mi chiederesti.
“Perché il
gran mazzo di rose,
perché la
carrozza coi destrieri?”
“È te che
voglio - griderei - vieni!”
E tu non
avresti più domande.
E ora,
papà, mamma, guardatela
e svelti
datele il bacio d’addio;
non posso
attendere ancora a lungo,
né posson
farlo i miei cavalli bianchi.
Ah, povero
me infelice,
non ho
soldi, ne averi.
LE DONNE SON SPESSO
DEVOTE E TRANQUILLE
(trad.©Erik
Battaglia)
Le donne
son spesso devote e tranquille,
mentre noi
c’infuriamo rabbiosi,
e quando
una di loro vuol farsi forza,
in
silenzio guarda verso l’alto.
La loro
forza ed energia son minime,
un alito di
vento può spezzarle,
ma è un
tratto di forza loro congeniale
il levare
gli occhi al cielo.
Spesso ho
provato a farlo anch’io,
quando mia
madre guardava in alto,
ma vedevo
solo grigie nubi passare
e il cielo
azzurro lassù;
ma lei,
quando abbassava il viso,
era piena
di forza e di speranza.
Penso che
le donne di tanto in tanto
vedano
aperte le porte del Paradiso.
(da”Fiori di fanciulla”)
(trad.©Erik
Battaglia)
Fiordalisi:
così chiamo le fanciulle
gentili
dagli occhi azzurri,
che
silenziose suggono
la rugiada
della pace dal
loro
stesso puro animo
e la
donano ad ogni incontro,
inconsapevoli
della ricchezza
che
ricevono da mano celeste.
Stai bene
con loro, come
camminando
in un campo di grano
su cui
soffia la brezza della sera,
pieno di
pace e di dolcezza.
(da”Fiori di fanciulla”)
(trad.©Erik
Battaglia)
Papaveri
sono quelle rotondette,
sanguigne
e piene di salute,
coperte di
lentiggini
e sempre
di buon umore,
oneste e
felici come Pasque,
mai
stanche di danzare;
Mentre
ridono piangono
e sembrano
esser nate
per
stuzzicare i fiordalisi,
occultando
spesso
i
migliori, dal cuore tenero,
in un
crescendo scherzoso;
quelle
che, lo sa Iddio,
vorresti
soffocare di baci,
se non ne
avessi sempre paura,
perché se
abbracci la monella,
lei d’un
tratto prende fuoco
e
divampando sfugge alla presa.
(da”Fiori di fanciulla”)
(trad.©Erik
Battaglia)
Ma edera è
il nome che dò a quelle ragazze
che usano
parole dolci,
dai
capelli lisci e chiari
intorno a
fini sopracciglia arcuate,
e occhi di
cerbiatto scuri e caldi,
spesso in
lacrime, e quando
piangono sono
irresistibili;
senza
forza né orgoglio,
non si
adornano di fiori rari,
ma di un
inesauribile sentimento
di
profonda e intima fedeltà.
Mai
possono con le sole loro forze
sollevarsi
dalla radice,
nate sono
per arrampicarsi
amorevoli
ad un’altra vita:
dal loro
primo abbraccio amoroso
dipende il
destino della vita intera,
chè esse
si contano tra i rari fiori
che
germogliano una volta sola.
(da”Fiori di fanciulla”)
(trad.©Erik
Battaglia)
Conosci tu
la rosa d’acqua,
fiore
fiabesco e leggendario?
Dondola sull’etereo
esile gambo
la sua
corolla trasparente, incolore,
e fiorisce
sullo stagno tra le canne,
protetta
dal cigno, in ronda solitaria;
Si
dischiude solo al chiaror lunare,
da cui
mutua l’argenteo barlume:
e
fiorisce, magica sorella di stelle,
e la corteggia
la sognante falena
che scura
al bordo dello stagno
la brama
ma giammai la possiede.
Rosa
d’acqua: così chiamo l’esile
fanciulla
riccia, guance d’alabastro,
Negli
occhi profonde premonizioni,
simile a
uno spirito prigioniero in terra.
La sua
parola è argenteo mormorare d’acqua,
il suo
silenzio, presentimento di una
calma notte lunare.
Sembra
scambiarsi sguardi con le stelle,
il cui
linguaggio lei comprende perché
è uguale la loro natura;
non ti
stanchi mai di guardare nei suoi occhi,
bordati da
lunghe ciglia di seta,
e, come
stregato dal loro beato scurore,
credi ai
romantici sogni sulle fate.
(trad.©Erik
Battaglia)
Oh, fossi
mio, la vita sarebbe più bella;
così
com’è, è solo rinuncia e dolore,
vano
risentimento e commiserazione.
Non posso perdonare
il destino per questo.
Ingratitudine
è un bene, lo è ogni pena terrena,
persino
gli amici sepolti in fosse comuni,
son blande
soffernze, se confrontate
al dolore
di sapere che mai ti possederò.
(trad.©Erik
Battaglia)
Figli
della primavera in variopinta pienezza,
germogli
svolazzano in brezze odorose,
languidi
canti d’amore giubilanti,
mi
tempestano il cuore da ogni ramo.
Figli
della primavera sciamano intorno al cuore,
vi
penetrano sussurrando parole di lusinga,
e lo
popolano di ebbri richiami festivi,
scuotendo
porte da tempo serrate.
Figli
della primavera, m’accerchiate il cuore,
cosa
cercate in lui con tanta ansia?
Vi ho
forse tradito nei miei ultimi sogni,
quando
dormivo sotto alberi in fiore?
Forse le
brezze del mattino v’hanno detto
che io,
vostro amato compagno di giochi,
segretamente
prigioniera del mio cuore
porto la
vostra beata immagine?
(trad.©Erik
Battaglia)
Neppure
una lieve brezza si muove,
dolcemente
addormentato riposa il bosco;
attraverso
la fitta volta di foglie
traspare il
chiarore del sole.
Riposa,
riposa, anima mia,
le tue
tempeste hanno infuriato,
hai
smaniato e tremato,
come il
frangente che si gonfia.
Questi
tempi sono violenti,
mettono
alla prova cuore e ingegno -
Riposa,
riposa, anima mia,
e
dimentica la minaccia che incombe!
(trad.©Erik
Battaglia)
Su, porta
alla bocca il calice scintillante,
bevi e
risana il cuore in questo convito gioioso.
Sollevandolo,
fammi un cenno segreto,
e io,
sorridendo, berrò in silenzio, come te...
E, come
me, osserva in silenzio la folla
di ebbri
ciarlieri - non ti curare di loro.
No,
solleva il calice brillante, colmo di vino,
e lasciali
godere della festa rumorosa.
Poi,
gustato il cibo e placata la sete,
lascia la
festosa compagnia,
esci in
giardino, presso il cespuglio di rose:
là ti attenderò,
come d’antica intesa,
e ti cadrò
sul petto, sorprendendoti,
e berrò i
tuoi baci, come tante altre volte,
e
intreccerò nei tuoi capelli splendore di rose.
Vieni,
meravigliosa, bramata notte!
(trad.©Erik
Battaglia)
E domani
brillerà ancora il sole,
e sul
cammino che percorrerò
riunirà
noi beati, ancora una volta
in questa
terra che respira sole...
Verso la
larga spiaggia d’onde azzurre
scenderemo
lentamente, in silenzio;
muti ci
guarderemo negli occhi
e su di
noi il muto silenzio della felicità...
(trad.©Erik
Battaglia)
Se tu
sapessi,
cosa
significa sognare di baci ardenti,
di
camminare e riposare con l’amata,
guardandosi
negli occhi,
scambiarsi
carezze e parole;
se tu lo
sapessi,
mi daresti
il tuo cuore!
Se tu
sapessi,
cosa
significa trepidare nelle solitarie notti,
circondato
dalla tempesta, e nessuno conforta
benevolmente
l’anima stanca di lottare;
Se tu lo
sapessi,
verresti
da me.
Se tu
sapessi,
cosa
significa vivere esposto al respiro
demiurgico
della divinitá,
librarsi
in alto, portato dalla luce,
verso
beate altezze;
se tu lo
sapessi,
vivresti
con me.
(trad.©Erik
Battaglia)
Vasti
campi all’imbrunire;
il sole si
spegne, stelle occhieggiano,
ora io
vado dalla più bella donna,
oltre i
vasti campi nel crepuscolo
nella
profonda macchia di gelsomini.
Tra ombre di
crepuscolo, verso la terra d’amore,
io vado
lentamente, non mi affretto;
mi guida
un morbido nastro vellutato
Tra ombre
di crepuscolo, verso la terra d’amore,
in una
tenue luce azzurra.
(trad.©Erik
Battaglia)
Per prati
e campi andava un ragazzo,
din don gli
batteva il cuore;
sul dito
scintillava d’oro un anello.
Din don
gli batteva il cuore;
O prati, o
campi, siete pur belli!
Belli i
monti e le valli!
Benevolo e
bello sei tu,
o sole,
nelle altezze celesti!
Din don,
din don, din don
gli batteva il cuore.
Lesto il
ragazzo affrettò il passo,
din don
gli batteva il cuore.
Con sé
portava degli allegri fiori -
din don
gli batteva il cuore.
Su prati e
campi soffia vento di primavera,
Su monti e
boschi soffia vento di primavera,
lieve e
mite mi conduce a te,
din don
gli batteva il cuore.
Tra il
prato e il campo attende una fanciulla,
din don le batteva il cuore.
Con la
mano si faceva ombra agli occhi,
din don le batteva il cuore.
Per prati
e campi, monti e valli,
rapido
egli viene a me,
oh, fosse
qui, fosse già da me!
Din don,
din don, din don,
le batteva il cuore.
(trad.©Erik
Battaglia)
Andavamo
per la notte silente e mite,
il tuo
braccio nel mio, su di me i tuoi occhi.
La luna
infondeva luce argentea sul tuo viso,
e il tuo
bel capo pareva in un’aureola.
E mi apparisti
come una santa,
benevola,
dolce e grande, con anima dirompente,
santa e
pura come l’amato sole.
E un caldo
impulso ardeva nei miei occhi
come un
presentimento di lacrime.
Ti strinsi
più forte e ti baciai, ti baciai
gentilmente.
La mia
anima pianse.
(trad.©Erik
Battaglia)
Un’estate
blu, greve di luce e calore,
s’adagia
su prati, campi e giardini.
I suoi
riccioli coronati dal sole ardente,
il suo
caldo respiro fa risuonare campanule.
Un nastro
dorato ne veste la fronte blu,
il frutto maturo
cade pesante dai rami,
falce e
falcetto guizzano sui campi,
e il mondo
intero è rosso di rose.
(trad.©Erik
Battaglia)
Fossi tu
mia moglie e fossi il mio amore,
con quanta
gioia ti abbraccerei,
non saprei
più cosa ne è del mio cuore
tanto
forte risuonerebbe beato.
Volerei
nel cielo notturno,
per
staccarne la più brillante stella;
e sarebbe
il più vivo diamante
adatto ad
irradiare dai tuoi capelli.
Volerei
laggiù nel regno di Persia,
dove si
cullano le rose di Shiraz,
e con le
rose farei un nastro
E dovrebbero
danzarti intorno,
Andrei giù
negli abissi marini,
e per te
trarrei coralli rossi,
e i miei
canti sarebbero una schiera
di
usignuoli ebbri di primavera.
E
dovrebbero danzarti intorno,
e
nostalgia spingerti a me,
cullata
dal risuonar di melodie
del nuovo,
giubilante amore.
(trad.©Erik
Battaglia)
Fiore
bianco, fior dell’amore,
risplendi
sul tetto del capanno,
e nei
cuori di fanciulle palpitanti
risvegli
nostalgia, fiore d’amore.
Il tuo
calice ansimante trema,
vibra
madido e vigoroso,
greve
della fragranza di corolle
il vento
notturno soffia sul parco.
Due occhi
spiano tra le foglie,
esitano e
indugiano labbra di fanciulla,
non ti
crucciare e lasciati baciare,
guarda i
rami che bisbigliano intorno.
E nel tuo
cuore palpitante, bianco
il gelsomino
ti richiama l’anima in vita.
Fiore
bianco, fior dell’amore,
risplendi
sul tetto del capanno!
(trad.©Erik
Battaglia)
La sera si
fa grigia, bruciano falò d’autunno.
Sulle
stoppie si propaga il fumo.
Riesco
appena a distinguere il sentiero.
Presto
verrà la notte; io devo andare.
Un
coleottero, passando, ronza al mio orecchio.
(trad.©Erik
Battaglia)
Porto con
me il mio amore, in muta gioia,
ognove lo
porto nel cuore e nel pensiero.
Ah, averti
trovato, amata fanciulla,
mi
rallegra ad ogni dì che mi è concesso.
Anche se
il cielo è cupo, la notte di pece,
chiaro
brilla il mio amore d’aureo splendore.
E se anche
mi cruccio pei peccati del mondo,
il male
s’acceca alla bianca luce del tuo candore.
(trad.©Erik
Battaglia)
Andavo
lungo la via, solitaria,
che solitario
ogni giorno percorrro.
La
brughiera tace, nessuno sui campi,
solo il
vento mormora nella siepe.
La strada
si perde in lontananza,
solo te ha
bramato il mio cuore,
e se tu
venissi, sarebbe esaudito;
m’inchinerei
a te: “ti amo”.
Un tuo
solo sguardo, nel trovarci,
mi
segnerebbe della vita il destino.
E mentre
freddi posano su me gli occhi,
ardirei
dirti, fanciulla:” ti amo!”
Ma se il
tuo bel sguardo mi sorridesse
come un
raggio di sole nella cupa notte,
il tuo
dolce cuore lesto stringerei a me
lieve
sussurrandoti: “ti amo”.
(trad.©Erik
Battaglia)
Salute al
giorno che ti vide nascere,
salute al
primo giorno in cui io ti vidi!
Smarrito
nello splendore dei tuoi occhi
non sono
altro che un sognatore beato.
Spazi
celesti mi si dischiudono,
che vaghi avevo
solo presagito,
E un sole
mi è concesso rimirare,
che prima
avevo solo bramato.
Bello mi
specchio nei tuoi occhi!
E grande
felicità vi si specchia!
E in
preghiera chiedo al fato:
oh, resta,
resta, senza mai mutare!
(trad.©Erik
Battaglia)
O dolce
maggio, abbi mercede,
o dolce
maggio, io ti supplico:
al tuo
petto vedo fervere i campi,
e ogni
cosa al tuo incanto germoglia;
tu sei
gentile e pieno di infinita grazia,
o amato
maggio, sii caritatevole!
Il triste
pellegrino venuto a questa marca
per
fuggire i gelidi venti dell’inverno,
scelse una
fanciulla bella al pari tuo,
come te
fresca di primaverile splendore.
Noi ci
amiamo, e amorosi ci stringiamo:
abbi
dunque mercede, amatissimo maggio!
(Da “Il corno magico del
fanciullo”)
(trad.©Erik
Battaglia)
Già svanisce
il chiarore di luna,
su di noi
la tetra notte è scesa;
sorgi,
gloriosa aurora,
solo su te
confido.
Febo, suo
lezioso araldo, ha già
ornato di
finimenti il carro,
tra le
mani regge le redini,
pronta è
la pariglia alata.
Don
Lucifero, suo araldo,
giá
volteggia in cielo,
ha
spalancato le nubi
e irrorato
la terra di rugiada.
Oh,
visitate la sua cameretta,
gentilmente
destate l’amata mia,
siate
messaggeri dei miei servigi,
dei miei
saluti e del buon giorno.
Ma
svegliatela con delicatezza,
svelandole
l’amor mio segreto,
e ditele
che il suo servo veglia
accorato
la notte intera.
In vece
mia guardate i biondi capelli,
l’eburneo
collo, gli occhietti chiari;
baciate
per me le rosse labbra,
e, se lei
vuole, i piccoli seni tondi.
(trad.©Erik
Battaglia)
Nell’ombra
primaverile la trovai,
la legai
con nastri di rose:
dormiva e
non se ne accorse.
La
guardai; la mia vita da quello
sguardo fu
legata alla sua vita:
senza
capirlo, ne fui certo.
Senza dir
nulla poi le sussurrai
e feci
frusciare i nastri di rose:
così lei
si destò dal sonno.
Mi guardò;
la sua vita da quello
sguardo fu
legata alla mia vita:
e intorno
a noi fu l’elisio.
(Da “Il corno magico del
fanciullo”)
(trad.©Erik
Battaglia)
La ragazza
vorrebbe un pretendente,
e lo deve cercare
scavando sotterra,
per
quindici pfennig.
Scavò di
qua e scavò di lá,
ma tirò
fuori solo uno scrivano,
per
quindici pfennig.
Lo
scrivano ha soldi a palate,
e compra
alla ragazza ciò che vuole,
per
quinici pfennig.
Le compra
una cintura sottile,
tutta
ricoperta d’oro,
per
quindici pfennig.
Le compra
un largo cappello
proprio
ideale per il sole,
per
quindici pfennig.
“Ideale
per il sole, ideale per il vento,
Resta con
me, mia amata bambina,
per
quindici pfennig.
Se resti
con me, io resto con te,
ti farò
dono di tutti i miei averi:
sono
quindici pfennig.”
“Tienti i
tuoi averi, lasciami la bontá,
ma
nessun’altra ti prenderà
per
quindici pfennig.”
“Non
parlarmi di bontà d’animo,
tu non
credi alla fedeltá d’amore,
per
quindici pfennig.
Il tuo cuore
è come una piccionaia,
uno entra
e l’altro esce,
per
quindici pfennig.”
(Da “Il corno magico del
fanciullo”)
(trad.©Erik
Battaglia)
Mio padre
ha detto
che devo
cullare il bimbo,
e stasera
mi farà
bollire
tre uova;
ma se me
ne cuoce tre
e due se
le mangia lui,
non mi va
di cullare
per un
uovo soltanto.
Mia madre
ha detto
che devo
tradire le altre,
e stasera
mi farà
rosolare
tre quaglie;
ma se me
prepara tre
e due le
mangia lei,
non mi va
di far la spia
per una
sola quaglia.
Il mio
tesoro ha detto
che devo
pensare a lui,
e stasera
mi darà
anche tre
bacetti;
ma se me
ne dà tre,
e poi va
oltre,
che
m’importa della quaglia,
che
m’importa dell’uovo!
(trad.©Erik
Battaglia)
Il
pensiero dell’amata mi pervade,
oh
bellezza, somma bellezza!
I miei sensi
storditi vacillano,
oh
bellezza, somma bellezza!
Lei m’ha
sorriso in tal guisa,
amabile,
così amabile,
da
irradiarmi il cuore,
oh
bellezza, somma bellezza!
Le sue
chiare, rosee guance,
m’invitano
alla passione,
e scuri
ondeggiano i capelli,
oh bellezza,
somma bellezza!
Che dolci
i suoi narcisi d’occhi,
quando
rugiadosi si risvegliano,
e quando
ebbri di sonno si chiudono,
oh
bellezza, somma bellezza!
Le palme
dell’Eden, che a lungo
cercai in
sogno,
ho trovato
nella sua snella forma,
oh
bellezza!
La fonte
della vita, cui anelavo
assetato,
m’ha rinfrescato,
quando ho
bevuto alle tue labbra,
oh
bellezza, somma bellezza!
La
speranza dello spirito, dell’anima
i sogni,
le fantasie e le illusioni,
eccole ora
prendere corpo,
oh
bellezza, somma bellezza!
I fiori di
primavera, le stelle del cielo,
riccamente
adornata tu mi porti.
Come posso
ringraziarti?
Oh
bellezza, somma bellezza!
(trad.©Erik
Battaglia)
Quando
domivi placida fra le mie braccia,
potevo
sentire il tuo respiro,
tu che in
sogno chiamavi il mio nome,
e un
sorriso ti rischiarava la bocca -
felicità
bastevole.
E quando,
dopo la serietà del caldo giorno,
tu bandivi
da me il fardello di cure,
io giacevo
sul tuo cuore,
e più non
pensavo al futuro -
felicità
bastevole.
(trad.©Erik
Battaglia)
Quattro
nobili desrieri
portano la
nostra carrozza,
noi
viviamo al castello
in superba
comodità.
I raggi
dell’alba,
e poi il
lampo: tutto
ciò che
rischiarano
appartiene
a noi.
Ma se
reietta devi vagare,
esiliata
da ogni marca,
con te
andrei per le vie
nella
miseria e vergogna.
Le nostre
mani sanguinano,
piagati i
nostri piedi,
quattro
squallide pareti,
i cani non
ci riconoscono.
Se
rivestita d’argento la tua
bara è
esposta all’altare,
devono
accanto a te
in essa
farmi giacere.
E se muori
in povertà
in landa
desolata
estrarrò
il mio pugnale
e ti
seguirò nella morte.
(trad.©Erik
Battaglia)
Tu dormi,
e piano mi chino
sul tuo
lettino e ti benedico.
Ogni mio
cauto respiro
è un
errante volo celeste,
è cercare
in ogni dove
se esista
la piccola stella
dalla cui
pura luce splendente
Amore
colga erba di felicità
e alato la
rechi quaggiù
a porla
sulla tua bianca coperta.
Tu
dormi...ecc.
(trad.©Erik
Battaglia)
Tu sei la
luce dei miei occhi!
Tu mi
pervadi interamente,
tutto il
mio essere hai rischiarato
tutta la
mia vita colmato di splendore;
ero
incerto e m’hai indicato cammini sicuri!
O luce dei
miei occhi!
Com’ero
cieco nel cuore e nell’animo,
prima che
ti unissi a me,
e come ora
m’acceca luminoso, soavemente
trasfigurato,
il riflesso del mondo intero.
(trad.©Erik
Battaglia)
Il signor
Primavera corre oggi per la città
vestito in[PB1]
calzoni blu.
E chi ha
due gambe giovani,
corre
pieno di gioia e baciato dal sole
e tenta
con lui la fortuna.
Eccolo
scantonare dietro la casa dalle falde,
con le
tasche piene di doni,
e tutte le
mani son protese a lui,
e ciascuno
vorrebbe avere
hei! un
bouquet per la sua ragazza.
Anch’io mi
prendo un tesoro, e,
distolta
dai suoi piatti e bicchieri,
“Il
cappello!”, usciamo in piazza!
Signor
primavera, dammi una
primula
gialla da appuntarle al petto!
(trad.©Erik
Battaglia)
Lascia che
il profumo d’acacia si libri,
e le rose
far capolino alle finestre,
fata dei
fiori, fata dei fiori, eccoti!
I tuoi
riccioli rossi come foglie di faggio
mi
chiamano con scampanio fiabesco
e invitano
alle ampie valli lontane...
Vieni,
amata, andiamo al talamo!
Andiamo
nella terra dai colori pastello,
e cespugli
di purpuree millefoglie
ci
scalderanno con gentili fiamme.
Ascolta,
già vibrano teneri canti,
la luna
disvela le sue ali color neve,
febbricitanti
e pronti i nostri corpi:
andiamo,
mano nella mano, al talamo.
Pudore
discreto, timido serpeggia,
dischiude
lucenti rosee ali,
ti scende
sugli occhi, ti ricopre.
Nel parco
suoni di cimbali e cornette,
Venere
vuole salutarci dalla finestra,
seta di
nastri e veli deve scivolar via,
vieni,
vieni, amata,
vieni,
amata, andiamo al talamo.
(trad.©Erik
Battaglia)
In un
quieto giardino,
presso il
pozzo della fonte,
volentieri
avrei atteso
il lungo
grigiore della notte.
Molti
gigli lucenti sbocciano
agli alti bordi
della fonte;
dentro
nuotano astri dorati
e
s’immerge la luna.
E come le
amate stelle
brillano
nella fonte, così
mi splende
sempre in cuore
la luce
dei tuoi amati occhi.
Ma le
stelle del cielo
son cosí
lontane;
nel tuo
quieto giardino
volentieri
me ne starei.
(trad.©Erik
Battaglia)
Nella
notte spronavo per i monti;
clop-clop,
cloppete cavallino mio,
e insieme
galoppava uno strano squillo,
drindrin,
drindrin.
Era un
suono di supplica, carezzevole,
bello come
il vociare di fanciulli.
Era come
se accarezzassi morbidi capelli,
mi sentivo
stranamente triste.
D’un
tratto lo squillo si spense,
guardai
giù nella valle profonda,
e vidi una
luce dentro casa mia,
clop-clop,
cloppete cavallino mio,
il mio
bambino cercava la mamma,
drindrin,
drindrin, drindrin.
(trad.©Erik
Battaglia)
Abbiamo un
letto, abbiamo un figlio,
moglie
mia!
Abbiamo
anche lavoro, e per entrambi,
e abbiamo
il sole, la pioggia e il vento,
solo una
piccola cosa ci manca,
per essere
liberi come gli uccelli:
solo il
tempo.
Quando la
domenica andiamo per campi,
figlio
mio,
e sulla
vasta distesa di spighe
vediamo
saettare schiere di rondini blu:
oh, non ci
manca solo quel tanto di veste
per esser
belli come son quegli uccelli:
solo il
tempo.
Tempo! Noi
presagiamo tempeste!
Noi Popolo.
Solo una
breve eternità;
non ci
manca nulla, moglie, figlio,
solo ciò
che in noi ci spinge
ad essere
audaci, come son gli uccelli.
Solo il
tempo!
(trad.©Erik
Battaglia)
Non
piangerai. Lievemente
sorriderai,
e come prima d’un viaggio
ti
restituirò lo sguardo e il bacio.
Le nostre
quattro amate pareti, tu le approntasti,
io le ho
rese per te vaste come il mondo;
o
felicità!
Poi
m’afferrerai con ardore le mani
e mi
consegnerai l’anima tua,
affidandomi
i nostri figli.
M’hai
donato l’intera tua vita
io la
infonderò in loro;
o
felicità!
Succederà
presto, noi lo sappiamo,
liberi dal
dolore ci siamo resi l’un l’altro,
ora ti
restituisco al mondo!
Poi mi
apparirai solo in sogno
e mi
benedirai e piangerai con me;
o
felicità!
(trad.©Erik
Battaglia)
Fuori dalla
mia casa paterna, nella notte,
la
tempesta ascolta il battito del mio cuore,
sonoro;
così, come già da bambino, mi
risvegliai
al mugghiare della foresta.
Piccolo
figlio mio, ascolta, ascolta:
nella
remota pace della tua culla
il vento
ti mormora lamentoso
le mie
parole in sogno.
Anch’io,
una volta, ho riso nel sonno,
senza che
mi ridestasse
la
tempesta -
finchè non
venne una grigia notte come questa.
Cupo e
gelido s’infrange oggi il föhn nel bosco
come
allora, quando nella sua voce,
pieno di
paura,
sentivo le
parole di mio padre.
Ascolta
come il germogliante manto della foresta
si piega e
s’inarca albero contro albero;
figlio
mio, nella pace della tua culla
risuona la
rabbiosa risata della tempesta,
ascolta,
ascolta!
Mai si
piegò per la paura,
ascolta
ora come ansima tra le verdi chiome:
sii te
stesso! Sii te stesso!
E se di
dovere filiale dovesse
il tuo
vecchio padre parlarti,
non
ascoltarlo, figlio mio:
senti come
il gelido föhn
agita il
bosco germogliante.
E, senti,
come presta ascolto
alla casa
paterna, e al battito
del mio
cuore che risuona nella notte.
(trad.©Erik
Battaglia)
Sogna, o dolce vita mia, sogna
il cielo,
che porta con sé fiori.
Rilucono
gemme là, e vivono
della
canzone intonata da mamma.
Sogna,
bocciolo delle mie ansie,
sogna il
giorno in cui sbocciasti;
il chiaro
mattino in fiore,
che la tua
anima si schiuse al mondo.
Sogna,
germoglio del mio amore,
sogna la
quieta santa notte,
quando il
fiore del suo amore
trasformò
il mio mondo in paradiso.
(trad.©Erik
Battaglia)
Il mondo
tace,
il tuo sangue
pulsa,
nel suo
chiaro abisso sprofonda
il giorno
remoto,
senza un
brivido;
il
crepuscolo circonda
l’alta
terra, la notte remota
s’appropria
del mare,
senza
indugio;
dai flutti
emerge
una
stellina, la tua anima beve
la luce
eterna.
(trad.©Erik
Battaglia)
Sul mio
cappello di paglia una penna, nel gioco
e nel
pericolo, halli.
In vita
mia mai far quaresime né economia,
hallo.
Non lascio
strada alle ragazze,
dove
uomini si azzuffano ci sono anch’io,
e dove
trincano, io trinco per tre.
Halli e
hallo!
Dannazione,
ho una ragazza alle costole,
halli.
Non riesco
a levarmela dalla mente,
hallo.
Avrá avuto
si e no sedici anni,
con il suo
nastro rosso tra i capelli
e una
parlantina degna d’uno storno.
Halli e
hallo!
Che guance
fresche aveva la fanciulla,
halli.
Crac! Coi
suoi denti poteva aprire una nocciola,
hallo.
M’aveva
abbellito la stanza con fiori
raccolti
insieme su sentieri nascosti;
e come me
li stringevo, grato, al cuore!
Halli e
hallo!
Trascorrevamo
superbamente il tempo,
halli.
Avrei
voluto rimanere insieme a lei,
hallo.
Ma alla
fine la cosa mi venne a noia,
e le
dissi, che il governo mi mandava
a comprare
cammelli a Samarcanda.
Halli e
hallo.
E quando
le strinsi la mano dicendole addio,
halli,
la piccola
cominciò a piangere lacrime amare,
hallo.
E ora non
posso fare a meno di ricordare
la mia
rudezza nel darle il dietro front...
Datemi del
vino, al diavolo, ecco l’asso!
Halli e
hallo.
(trad.©Erik
Battaglia)
Canti
sommessi intono nella notte per te,
canti che
nessun orecchio umano può udire,
né una
stella, che veglia scrutandoci,
né la
luna, che quieta nuota nell’etere.
Canti che,
in profonda mestizia,
può udire
solo il cuore che li sogna,
canti di
cui si inebria afflitto
solo il
dolore che li ha creati.
Canti
sommessi intono nella notte
per te,
nei cui occhi ho smarrito l’animo,
e nelle
cui oscure profondità
l’anima
mia bevve eterna nostalgia.
(trad.©Erik
Battaglia)
Saluto il
sole, che laggiù sprofonda,
saluto i
muti flutti del mare,
mentre
assetato sugge l’ardore
che silente
si spegne nel suo cuore.
Saluto il
pianoro, che quieto s’adagia,
gli arcani
crepuscolanti spazi della sera,
che
percorro nel recarmi a casa
con passo
sempre più veloce.
Che
felicitá gonfia il mio petto,
lo stormo
dei miei canti vola su di me,
e io
saluto il mondo, lo splendido mondo!
Lo saluto,
e domani lo vedrò ancora!
(trad.©Erik
Battaglia)
Tempo,
araldo delle gioie più grandi,
appressati,
tempo beato,
nel
ricercarti lontano
troppe
cupe lacrime ho pianto.
E poi
vieni tu!
Tu,
inviata dagli angeli,
da angeli
che furono uomini,
che
amarono come amo io,
e che ora
amano come ama un immortale.
Sulle ali
della pace,
nelle
brezze mattutine terse di rugiada,
il giorno
ride sublime,
sei scesa
dal cielo
con la
primavera eterna.
Poiché
l’anima straripante,
riversa voluttà
nel cuore
e si sente
rinfrancata
quando,
ebbra d’amore,
pensa di
essere amata.
(trad.©Erik
Battaglia)
Ma
guardate il mio bel bambino,
coi suoi
folti riccioli d’oro,
occhi
azzurri, guanciotte rosse!
Brava
gente, ne avete uno così?
No, miei
cari, non lo avete!
Ma
guardate il mio dolce bimbo,
più
grassoccio d’un serpentello,
più dolce
d’uno zuccherino!
Brava
gente, ne avete uno così?
No, miei
cari, non lo avete!
Ma
guardate il mio tesoruccio,
né
brontolone, né schizzinoso!
Sempre
amichevole e felice!
Brava
gente, ne avete uno così?
No, miei
cari, non lo avete!
Ma
guardate che bravo bambino!
Neanche
una arcigna strega
amerebbe
così la sua mammina.
Brava
gente, ne vorreste uno così?
Oh,
certamente non avrete il mio!
Ecco
venirsene un mercante!
Centomila
talleri sull’unghia,
paghi pure
tutto l’oro del mondo!
Oh,
certamente non avrà il mio! -
che se ne
compri uno altrove!
(trad.©Erik
Battaglia)
Tra le
rovine di Hirsau
ondeggia
un olmo,
la sua
chioma in fiore
è alta sul
tetto spiovente.
Le radici
vanno profonde
alle
fondamenta del monastero;
i suoi
rami, al posto del tetto,
si aprono
nel cielo azzurro.
Costretto
dalle antiche mura,
che gli
rubano sole ed aria,
s’è
innalzato sempre più
sino a
giungere alla luce.
Alte si
levano le pareti,
come fossero
state pensate
per
proteggere l’audace suo
crescere
salendo alle nuvole.
Quando me
ne andavo solitario
laggiù per
la verde valle,
era
l’olmo, il nobile olmo,
che
occupava i miei pensieri.
Quando tra
le mute, tetre
rovine
porgevo ascolto,
l’animata
cima dell’albero
stormiva
nel soffio del vento.
Spesso
l’ho visto infuocarsi
ai primi
raggi dell’alba;
ancora
l’ho visto brillare
in mezzo
alla valle d’ombre.
Al
monastero di Wittenberg
s’ergeva
un altro albero simile,
e i suoi
rami giganti nel tetto
dell’eremo
s’aprivano la via.
O raggio
di luce, tu penetri
in ogni
profondo sepolcro.
O spirito
del mondo, in alto
ti dibatti
per la luce e l’aria.
(trad.©Erik
Battaglia)
Alta
pendeva la luna; il campo innevato
giaceva
pallido e desolato intorno a noi,
come
l’anima mia pallida e vuota.
Poiché
accanto a me, muta e selvaggia,
muta e
fredda come la mia miseria,
come non
volesse mai più allontanarsi,
sedeva
immobile la morte - e aspettava.
Venne:
come una volta, così dolce,
così
stanca e lieve dalla notte remota,
dolente
venne il suono
del suo
violino
e dinanzi
a me apparve la sua muta figura.
Che
avvolgendomi come un nastro
non lasciò
che mi dissolvessi,
e il mio
cuore provò nostalgia,
la grande
nostalgia mai appagata:
ora lei si
ergeva sulla landa desolata
e appariva
torbida e solenne,
e non levò
né sguardo, né saluto,
solo i
suoi suoni lasciò errare
attraverso
i freddi campi;
volse la
sua fronte
e mi fissò,
l’occhio
era pallido e infossato,
come la
piaga d’una profonda ferita.
Ancor più
cupo sgorgò il cupo canto,
e sgorgò
fervente, e sempre più intenso,
sgorgò
rovente e pieno
come vita
che arde d’amore,
come amore
che incede verso la vita,
verso
beatitudini mai godute -
così
dolente e con flusso irresistibile
sgorgò
limaccioso il canto straripante;
e con lui
lievemente sanguinò fluente,
nel
pallido campo innevato, rossa e smorta,
la piaga
della profonda ferita.
E più
stanca scorreva la stanca mano,
e dinanzi
a me apparve un pallido giorno,
un
lontano, pallido giorno del fiore degli
anni ora
decomposto e ridotto in polvere,
quando la
sua memoria piena
di
nostalgia si abbandonò
ad una
straripante malinconia,
e ad
un’incalzante,
stanca
tristezza;
e
lacerante si levò il piangente canto,
e scorreva
impetuoso
il lamento
delle sue corde,
e sanguinò
la sua fronte
e il suo
pianto s’unì al mio
e alla mia
fredda angoscia:
come se mi
fosse imposto il dolore,
e io
dovessi rallegrarmente,
come se
lei potesse intuire
il mio
dolore e portarne via il peso
insieme
alla calda essenza della vita.
E
piangendo e sanguinando si voltò
e si
dissolse nella grigia oscurità.
E tremando
mi sentii mancare,
mentre il
suo canto si perdeva. E dolce
vibrava la
lontana supplica
dei lunghi
suoni...
Allora
sentii un freddo frusciare,
e l’aria
pesante e grigia
s’agitò
intorno a me,
e tremando
volevo vederla,
vederla e
spiarla,
lei che
sedeva in attesa,
e misero
mi voltai. Il campo spoglio
era una
distesa desolata, e lontana e pallida
fuggiva
nell’oscurità anche la Morte.
Alta
pendeva la luna, lieve e straziante
si
dissolse nella vacua notte
il canto
supplichevole, svanì dileguandosi
l’implorante
canto dell’amico morto.
UN RIPARO DA TEMPESTE E PIOGGE
(trad.©Erik
Battaglia)
Un riparo
da tempeste e pioggie
dell’inverno
cercavo, e
trovai la benedizione celeste
dell’eternità.
O
proverbio, come sei veriterio,
chi poco cerca
molto trova.
Cercavo un
posto per riposare
e trovai
lo scopo del mio viaggiare.
Speravo di
trovare aperta
solo una
porta ospitale,
insperato
trovai un cuore
che
adorante m’accoglieva.
O
proverbio, come sei veritiero,
chi poco
cerca molto trova,
volevo
essere il suo ospite invernale,
e divenni
il compagno del suo cuore.
(trad.©Erik
Battaglia)
Ieri ero
Atlante, e sorreggevo il cielo,
quando il
cuore dell’amata mi pulsò in petto;
il sole
dei suoi occhi brillò su di me
e il suo
respiro fu etere intorno a me.
Oh, serra
ancor più i nodi d’amore!
Pur
respirando non ho avuto pace ancora.
Lasciami
espirare in te! Qualcosa
mi manca,
sinchè sono altro da te.
Più lungo
il tuo bacio, più mi è caro,
più
avvinte le tue braccia, più mi son care,
in verità il
tuo lungo bacio mi spaventa,
ma più lo
pavento, più mi è caro.
(trad.©Erik
Battaglia)
Poiché non
posso
metterti
sotto chiave,
nel
congedarmi t’appongo
questi
sette sigilli.
Un sigillo
dovrá impedire
alle
labbra di baciare,
e che
nessun ladro di miele
possa
suggere al nettareo calice!
Un sigillo
metto sul tuo seno,
e un altro
sul tuo collo;
il
desiderio d’un estraneo
non si
plachi nel mio paradiso!
Uno ancora
su ciascuna guancia
e su
ciascun occhio,
che
nessuna bocca le sfiori
e nessun sguardo
vi si allieti!
Bimba
cara, sopporta
i sigilli
pazientemente!
Domani i
sette perfidi sigilli
vogliamo
rimuovere insieme.
(trad.©Erik
Battaglia)
Là, da
dove arriva la stella del mattino,
e dove del
mattino si forma la brezza,
là dimora,
colei cui anela il mio cuore,
lei che fa
sorgere le mie pene d’amore,
lei,
gioioso fulgore della mia speranza,
la mia
dolce vita e la mia dolce morte.
I miei
sguardi non giungono così lontano,
ma come un
lieve decoro vedo
nel cielo
il riflesso di lei.
L’alba si
è accesa di luce vermiglia
quando lei
si è destata dal sonno
e radiosa
ha sorriso al cielo.
L’aria del
mattino è il suo saluto,
il primo
sole è il suo bacio d’amore
che viene
a dischiudermi il cuore.
Orbitano
intorno alla sua dimora
il sole di
giorno e di notte la luna,
ricompensati
da ogni suo sguardo.
Il cielo
orbita intorno all’amore,
e l’amore
ruota solo intorno a te,
e a te,
con amore, io mi volgo:
tu, che
risplendi sul monte e la valle,
tutta
intera, da capo a piedi,
sei un
raggio di grazia celeste!
(trad.©Erik
Battaglia)
Io vedo me
stesso riflesso
negli
occhi dell’amata;
e si
dissolve ogni ostacolo
che mi
celava il mio vero Io.
Il tuo
sguardo ha reso trasparente
il mio
cuore e m’ha disvelato ciò
che del
mondo è reale o futile,
e adesso
mi è eternamente chiaro.
Quando
dentro il mio petto quieti
scandiscono
i battiti del tuo cuore,
allora
percepisco il moto del creato
dal primo
giorno sino all’ultimo.
I mondi
ruotano intorno all’amore,
amore è
vita per loro, per loro è morte;
e in me si
disegnano orbite fluttuanti
d’estasi
d’amore e di tormento.
L’anima
del creato è pace eterna,
il suo
principio vitale è guerra perenne.
Così mi è
stata concessa la pace
e la
vittoria su morte e vita, la vittoria!
Sussurro
all’amore che m’arde in petto,
come i
fiori parlano alla luce del sole:
dammi
gioia, dammi dolore!
Per te io
vivo, in te muoio!
(trad.©Erik
Battaglia)
Dalle
feroci angustie che mi serrano,
in te,
dolce bimbo, ho cercato salvezza,
così da
nutrire i miei occhi e il mio cuore
della tua
angelica gioia,
dell’innocenza,
della mattutina purezza,
e alla tua
divina fonte di serenità.
(trad.©Erik
Battaglia)
Se
passeggi nella luce della sera
(è quella
l’ora d’estasi del poeta),
non
volgere il tuo viso
allo
splendore del sole morente.
Il tuo
spirito volteggerà solenne,
tu
guarderai nell’atrio del tempio,
dove ciò
che è sacro si disvela
e
transitano forme celestiali.
Ma quando
nuvole scure
s’addensano
sul santuario,
tutto è
finito, e farai ritorno
felice per
le meraviglie viste.
Andrai con
quieta emozione,
in te la
benedizione del canto;
la
lucentezza che hai osservato
soave
t’illuminerà pei bui sentieri.
(trad.©Erik
Battaglia)
Immobile,
genuflesso alla sua tomba,
sprofondai
lo spirito nel regno dei morti.
Il mio
sguardo non giungeva al cielo,
le
immagini della memoria sbiadivano.
E poiché
innanzi a me erano solo paure,
io vi
raggiunsi in volo, o giorni passati:
il feretro
sollevai dalla sua notte di tomba
e la
ricondussi al tempo della vita felice.
Ecco
sollevarsi le pallide palpebre,
i suoi
occhi guardarmi teneramente;
ecco
innalzarsi le membra ringiovanite,
e lei
volteggiare in fiore nel coro mistico.
Ecco
ritornare le dorate ore dell’amore
proprio
con la bramosia del primo bacio:
e la sua
vita e la mia furono infine smarrite
nella
beata fragranza dell’alba e di fanciullezza.
(trad.©Erik
Battaglia)
Da un oste
di squisita gentilezza
fui
ospitato di recente;
una mela
d’oro la sua insegna,
appesa ad
un’asta bislunga.
Al buon
albero di mele,
là ho
fatto la mia sosta;
con buon
cibo e fresca spuma
mi ha
rifocillato per bene.
Molti
lievi ospiti alati
venivano
alla sua verde casa;
banchettavano
saltando liberi
e cantando
al loro meglio.
Trovai un
giaciglio e dolce pace
sulla
verde erba soffice;
l’oste, fu
lui stesso a coprirmi
con la sua
fredda ombra.
E quando
domandai il conto,
disse no
scuotendo la chioma;
sia egli
benedetto per sempre,
dalle
radici alla sua cima.
(trad.©Erik
Battaglia)
Conosco
sette allegri ubriaconi,
sono i più
assetati della zona;
hanno
giurato solennemente mai
più di pronunciare
una certa parola,
in nessun
modo,
né forte
né piano.
“Acqua” è la buona parolina,
in cui
nulla c’è di maligno.
Perché
dunque i rozzi crapuloni
han tale
timore di una semplice parola?
Ascoltate!
Vi racconto
la storia
prodigiosa.
Tempo fa quei
sette assetati
seppero da
un ignoto beone,
che nel
bosco, tra i monti,
s’era
aperta una nuova locanda,
dove
scorrevano fiumi
di puro,
gustoso vino.
Nessuno di
loro si sarebbe giammai
mosso per
sentire una buona predica;
ma quando
si tratta di riempir bicchieri,
i ragazzi
si mettono subito in moto.
“Forza,
muoviamoci!”
grida
l’uno all’altro.
All’alba
si mettono in marcia,
ed ecco
alzarsi un sole soffocante,
le lor
lingue eran secche, le labbra riarse,
e sudore
colava dalle loro fronti.
Ed ecco
chiara dirocciare
acqua da
una fonte.
E come
bevvero di gusto!
Ma non
appena ebbero placato la sete,
mostrarono
tutto il loro disappunto,
perché
acqua e non vino sgorgava:
“Che
bevanda insulsa!
Che
pessimo risciacquo!”
Ora la
foresta accoglieva i viandanti
nella
miriade di intricati sentieri;
eccoli
proprio nei pasticci, quando
una fitta
macchia chiude loro la via.
Si
perdono, cercano la strada,
bisticciano
e bestemmiano.
Intanto il
sole afoso si è
nascosto
dietro nuvole grevi;
già la
pioggia scroscia tra le foglie,
il lampo
guizza, il tuono brontola;
e poi
venne giù
a fiotti,
senza posa.
La foresta
è ora fatta di mille isole
tra
innumerevoli fiumi straripanti;
a nulla
serve frignare e smaniare,
il nobile
coro deve farsi coraggio.
Inzuppati
da testa a piedi!
Che
formidabile battesimo!
Nei tempi
antichi, spesso gli umani
furono
trasformati in fiumi e sorgenti;
anche i
nostri sette poveri peccatori
subirono
simile punizione divina.
Grondavano
e si gonfiavano
come a
voler mutarsi in fonti.
Infine,
più nuotando che camminando,
guadagnarono
il limitar del bosco;
ma non
videro nessuna grandiosa osteria,
perché
erano proprio sulla strada per casa;
Chiari
scorrevano i rivoli
giù dalle
fonti rocciose.
E
scorrendo sembravano mormorare:
“Benvenuti,
bella masnada d’ubriaconi!
Voi
sfacciati idioti, avete denigrato
l’acqua
con cui vi ho rinfrescato.
Ora vi
siete dissetati,
rifletteteci
sopra!”
Così
avvenne, che dell’acqua
i sette
beoni ebbero timor sacro,
e che
pronunciarono giuramento
mai più di
nominare la dannata parola,
in nessun
modo,
né forte
né piano.
(trad.©Erik
Battaglia)
Non l’ho
sognato durante il sonno,
bello e
chiaro, di giorno, mi apparve:
un prato
coperto di margherite;
una casa
bianca tra rigogliosi cespugli;
statue di
dei brillano nel fogliame.
E io vado
con colei che mi ama,
con animo
tranquillo, nella frescura
di questa
casa bianca, nella pace
che, piena
di bellezza, attende il nostro arrivo.
E io vado
con colei che mi ama,
nella pace
piena di bellezza.
(trad.©Erik
Battaglia)
Io volteggio
come su ali d’angelo,
i miei
piedi neppure sfiorano la terra,
nelle
orecchie lo sento risuonare,
è l’ultimo
addio dell’amata.
Risuona
così caro, dolce e lieve,
timido mi
parla, tenero e puro,
e la sua
eco leggera mi culla
in un
sogno carico di delizie.
E mentre
le più dolci melodie
mi
invadono, i miei occhi scintillanti
guardano
distesi e limpidi
l’amor mio
sorridente che passa.
SUONA!
(trad.©Erik
Battaglia)
Suona!...
Una nota
pura erompe dall’anima mia.
Ed io giá
la credetti libera
dalla
tremenda sofferenza
dei giorni
del disordine.
Canta!...
anima mia,
e confessa
la tua
rinnovata pienezza!
Rimuovi
dal cuore ogni velo!
Salute a
te, melodia purificata!
Suona!...
anima mia,
e fa sgorgare
la fresca
forma vitale!
Sulla
distesa deserta
sono
spuntati i fiori.
Suona,
anima mia, suona!
(trad.©Erik
Battaglia)
In questi
giorni d’inverno,
ora che la
luce si vela,
portiamo
nei nostri cuori
e
confidiamo al prossimo
l’intima
luce che ci pervade.
Ciò che
gentilmente arde
deve
continuare a bruciare,
ciò che
teneramente lega le anime
e innalza
ponti spirituali
sia la
nostra lieve parola d’ordine.
Giri pure
la ruota del tempo,
nulla
possiamo per fermarla;
sottratti
alle apparenze mondane,
su questa
nostra isola consacriamo
il giorno
e la notte all’amor celeste.
(trad.©Erik
Battaglia)
Cammino
verso il sole in estasi d’amore...
O gioia,
chi può dar misura di te!
Cosparsi
di brina risplendono i boschi,
i monti
salutano la luce che abbaglia.
I miei
passi stridono sul gelido manto,
dalla
bocca il respiro s’addensa.
Porto fuoco
nel mio cuore,
ardo per
Amore, fanciullo malvagio,
che
affannoso attizza la fiamma.
I carboni
crepitano, il profumo inebria...
Cammino
verso il sole in estasi d’amore...
O gioia,
chi può dar misura di te!
(trad.©Erik
Battaglia)
Il bosco inizia
a stormire,
la notte
s’accosta agli alberi;
come in
beato ascolto,
lievi si
sfiorano l’un l’altro.
E sotto i
loro rami
me ne sto
tutto solo.
Padrone di
me stesso:
ma tuo e
solo tuo.
(trad.©Erik
Battaglia)
Camminiamo
in assoluta felicitá
per la lieta
terra d’estate,
le nostre
mani sono
come
serrate tra loro.
Il grande
sole dell’estate
irradia i
nostri cuori,
camminiamo
in assoluta felicità
sino alla
fine del mondo.
E se la
tua caduca fronte sbiancherà,
e la mia
anima abbandonerá il corpo,
cammineremo
in assoluta felicità
anche
nella vita che verrà.
Chi ha in
dono una sì bella estate,
sorride al
transire del tempo -
camminiamo
in assoluta felicità
per tutta
l’eternità.
Camminiamo
in assoluta felicità
per la
lieta terra d’estate -
camminiamo
in assoluta felicità
sino alla
fine del mondo -
camminiamo
in assoluta felicità
per tutta
l’eternità.
(trad.©Erik
Battaglia)
Piccola
ape, piccola ape
che si
culla nel baglior solare,
e sfiora
il mio bambinello,
t’addormenta
col suo ronzio,
dolce
visetto.
Ragnetto,
ragnetto
che
tremola nel baglior solare,
dormi
bambinello mio,
in sogno
ti cattura,
non
muoverti!
Piccola
crisalide
Sguscia
via dal baglior solare,
sogna
bambinello mio,
un’anima
s’infonderà in te:
l’amore
per la luce.
(trad.©Erik
Battaglia)
Un uccellino
abita
su un
albero verde, nella verde luce,
senza
sapere d’esser
proprio il
bell’usignolo.
Una
fanciulla bianca come neve
abita al
quarto piano, nella luce celeste,
senza
sapere d’esser
la più
bella bimba della città.
Non lo
sanno! E molto più giù
passa uno,
il cui cuore è spezzato,
alla
fanciulla e all’usignolo
va il suo
pianto, e loro non lo sanno.
(Da “Il corno magico del
fanciullo”)
(trad.©Erik
Battaglia)
No, no,
non piangere,
ti voglio
amare, ma oggi no,
voglio
onorarti, più che posso,
ma
sposarti,
sposarti
proprio non mi s’addice.
Credi, ti
prego credimi:
ti sono
fedele e sempre lo sarò,
sempre
costante, mai sleale,
voglio
esser fedele
ma non
accetto legami.
Spera,
spera, spera bimba mia,
che le mie
parole sian sincere,
ti giuro sul
mio onore
che sono
fedele:
ma non è
mia intenzione sposarmi.
(da “Canti popolari dell’alsazia”)
(trad.©Erik
Battaglia)
Chi amar
vuole, soffrir deve,
senza pena
non c’è amore;
e io sono
una povera fanciulla,
non ho
nessuno al mondo.
Ora andrò
al camposanto,
sulla
tomba di mia madre,
a piangere
amaramente
sinché non
mi darà risposta.
E tramite
Dio Onnipotente
subito mi
diè risposta.
Disse tre
paroline
dal suo
freddo sepolcro:
Ah,
figlia, amata figlia,
aspetta
solo il momento.
La morte ti
prenderà
per
l’eternità.
(da “Canti popolari dell’alsazia”)
(trad.©Erik
Battaglia)
Ah, che
pene, dolori e tormenti,
qualcosa
m’opprime il cuore,
e non oso
dirlo,
né
lamentarmi con alcuno,
perché io
- hm, hm, hm, hm.
Silenziosa
mi chiudo in me,
nulla
posso lasciarmi sfuggire.
Mi devo
mostrare alla gente,
come se
avessi grande gioia,
mentre io
- hm, hm, hm, hm.
La mia
gioia sarebbe vivere,
votandomi
all’amicizia.
Il mio
cuore desidera donarsi
e volgersi
ad un altro cuore,
che,
delicato - hm, hm, hm, hm.
(trad.©Erik
Battaglia)
Non sono
un ministro,
non sono
un re,
non sono
un prete,
non sono
un eroe;
non mi han
concesso
onorificenze
né titoli
né
tantomeno
m’han dato
soldi.
Io voglio
vincerti,
o duro
macigno,
le schegge
volano,
la polvere
volteggia -
“Tu,
povero zoticone!”
borbottò
mio padre -
“eccoti il
mio martello!”
e così
dicendo, morì.
Oggi,
misero me,
non ho
ancora mangiato,
l’Onnipotente
non ha
mandato nulla;
ho sognato
nettare
dorato
e rompo
pietre
per la
Patria.
Né
ministro,
né re,
né eroe!
Non
onorificenze,
né titoli,
e neppure
soldi.
“Tu povero
zoticone!”
“Eccoti il
mio martello!”
nulla da
mangiare,
nulla mi
manda
e rompo
pietre
per la
Patria.
(trad.©Erik
Battaglia)
Appoggio
il capo sulla panca della nave,
e
finalmente l’ardente fronte si rinfresca!
O, come
dolcemente si raffredda il cuore!
O, come
quieti si placano gioia e dolore!
Sopra di
me la nera cortina dai fumaioli
ondeggia e
declina cullata dal vento.
Prima su
una sponda e poi sull’altra,
la nave
attracca in tanti piccoli porti:
alla
debole luce della lanterna di bordo
sbarca
un’ombra, e nessuno monta su.
Solo il
timoniere sta ritto e veglia ancora!
Solo il
vento, che soffia tra i miei capelli!
Dolore e
gioia sopportano una dolce morte.
La nave scura
porta un uomo che dorme.
(trad.©Erik
Battaglia)
Là dove io
sono, mi circonda
l’oscurità,
tetra e fitta,
da quando
non m’illumina più,
amata, la
luce dei tuoi occhi.
In me è
spento l’aureo splendore
delle
dolci stelle d’amore,
l’abisso
si apre ai miei piedi -
prendimi,
notte primigenia!
(trad.©Erik
Battaglia)
Andavo per
il bosco
così per
conto mio,
e di non
cercar nulla
giusto mi
proponevo.
Nell’ombra
vidi
starsene
un fiorellino,
lucente
come stelle,
bello come
occhietti.
Volevo
coglierlo;
ma
delicato disse:
per appassire
debbo
esser colto?
Lo presi,
con tutte
le piccole
radici,
lo portai
al giardino
della casa
graziosa.
E lo
piantai di nuovo
in un
quieto cantuccio;
sempre fa
nuove foglie
e mai
smette di fiorire.
(trad.©Erik
Battaglia)
Se a te,
cui prospera la vita, chiedo:
Dimmi, o
dimmi come arde di papaveri il campo!
Il rosso
campo, come ride ed esulta -
il mio
sentiero è deserto, eterna la mia notte.
Grandi
sventure colpiscono gli uomini
gravemente,
e chi le
sopporta, maggior dolore non conosce.
Cieco barcolla
per le campagne assolate,
cercando
tastoni orme ormai sepolte.
Sogno il
sole, e levo alto il braccio,
vorrei
prenderlo attraverso la nera parete,
e
attraverso il muro d’ombre afferrare
i rossi
papaveri e i dorati raggi di luce.
Dai tempi trascorsi
serbo un bagliore,
nostalgia
è rimasta viva negli spenti occhi,
e,
rammemorando la gloria della luce,
vado
ramingo per la notte e il nulla.
Gioia o
dolore incrocino il mio cammino,
morta è la
mia maledizione, morta ogni grazia.
(trad.©Erik
Battaglia)
Con i tuoi
occhi azzurri,
mi guardi
furtivamente,
mi sembra
così un sogno,
che ho
perso la parola.
Ai tuoi
occhi azzurri
ripenso
ovunque vado:
un mare
d’azzurri pensieri
si riversa
nel mio cuore.
(trad.©Erik
Battaglia)
I tre re magi
da Oriente,
chiedevano
ad ogni villaggio:
“Che
strada porta a Betlemme,
cari
ragazzi e fanciulle?”
Non lo
sapevano, né giovani, né vecchi,
e i re
proseguirono il cammino;
Seguivano
una stella d’oro
che
brillava amabile e serena.
La stella
si fermò sulla casa di Giuseppe,
e là
fecero ingresso i re;
il bue
muggiva, il bambino piangeva,
i tre re
magi cantarono.
(trad.©Erik
Battaglia)
Questa è
l’amara gioia della primavera!
Fanciulle
in fiore, in turbolenta schiera,
passano
impetuose coi capelli al vento,
i seni
scoperti, e disperate urlano:
“Adone!
Adone!”
Cade la
notte. Al lume delle torce
cercano
qua e là nel bosco,
che
risuona del confuso terrore,
del
pianto, del riso, dei singulti
e del grido:
“Adone!
Adone!”
Il
magnifico sembiante di giovinezza
giace a
terra in mortale pallore,
il sangue
tinge di rosso ogni fiore,
e un
lamento riempe l’aria:
“Adone!
Adone!”
(da “Lo specchio del bottegaio”)
(trad.©Erik
Battaglia)
C’era una
volta un caprone,
che
brucava in un vaso di fiori.
Musica,
che orni come fiore leggiadro,
senti come
s’ingozza il caprone!
Volentieri
ardirebbe
papparsi
tutti i fiori.
Tu caro
fiore, stai in guardia,
e tu,
caprone ingordo, al diavolo!
UNA VOLTA IL CAPRONE,
COME MESSAGGERO
(da “Lo specchio del bottegaio”)
(trad.©Erik
Battaglia)
Una volta
il caprone, come messaggero,
venne a
trovare il Cavaliere della Rosa;
bussò con
la sua zampa:
all’ingresso,
di guardia, un mazzo di rose.
Che
prontamente conficca le sue spine
nella dura
pellaccia del nunzio caprone.
O caprone,
con la coda tra le gambe
vattene,
vade retro!
(da “Lo specchio del bottegaio”)
(trad.©Erik
Battaglia)
Una lepre
amò, una volta,
l’untuosa
frase fatta,
sebbene, e
ciò è curioso,
la sua
Testa Larga fosse sempre più dura
Hu, sapete
allora la mia lepre che fa?
Spesso
succhia sangue di compositore
e poi
schiatta per troppa nobiltà d’animo.
(da “Lo specchio del bottegaio”)
(trad.©Erik
Battaglia)
Tre
Maschere vidi in cielo,
in tutto
simili a spettri.
Orrore!
Dietro a loro si scorge
il signor
Friedmann!
SE HAI COMPOSTO UN POEMA SINFONICO
(da “Lo specchio del bottegaio”)
(trad.©Erik
Battaglia)
Se hai
composto un poema sinfonico
stai in
guardia dalle Volpi,
poiché
queste Comari
si
mangiano ciò che è tuo.
(da “Lo specchio del bottegaio”)
(trad.©Erik
Battaglia)
O caro artista
sei avvertito,
e in ogni
caso stà attento!
Chi rema
su certe barche
finisce
nell’acqua fino al collo.
E se una
cupa luce scura
fa
capolino, sospetta, nella nebbia,
non
passeggiare sul Lienau,
dove
s’aggira lo spettro di Robert il lungo,
Robert il
lungo
il lungo
Robert
Ruberatti
il borsellino.
(da “Lo specchio del bottegaio”)
(trad.©Erik
Battaglia)
Buon Dio,
nostro nemico
è lo
Scotto come l’Inghilese:
più d’uno,
senza pensarci su,
ha steso
sul letto di Procuste.
E ogni
giorno si fa più sfacciato.
O torturatore!
L’ARTE E’ MINACCIATA
DAI VENDITORI
(da “Lo specchio del bottegaio”)
(trad.©Erik
Battaglia)
L’arte è
minacciata dai venditori,
questo è
il guaio.
Portano la
musica alla Morte,
e loro
stessi alla Trasfigurazione.
(da “Lo specchio del bottegaio”)
(trad.©Erik
Battaglia)
C’era una
volta una cimice,
che giocò
il tutto per tutto.
Emise un
odore che mai più svanì,
e non la
finiva di succhiare.
Ma i
musici l’acchiapparono,
e la
schiacciarono.
E quando
la cimice esalando morì,
un canto
di lode si levò al cielo.
(da “Lo specchio del bottegaio”)
(trad.©Erik
Battaglia)
Gli
artisti sono i creatori,
lor
disgrazia son le mignatte.
Chi
arranca tra le opere d’arte
come il
Bue di Lerchenau?
Chi è il
cacciatore che tende la rete?
Chi
s’occupa di far soldi?
Chi fomenta
le risse?
E chi è
portatore di bacilli?
Il probo,
amichevole,
l’ottimo,
nobile editore!
(da “Lo specchio del bottegaio”)
(trad.©Erik
Battaglia)
Venditori
e produttori,
con
traffici e profitti,
sono i
nemici dell’EROE.
A lui è
dato parlare
come Götz
von Berlichingen.
O BRANCO DI MIGNATTE, O BANDA DI
VENDITORI
(da “Lo specchio del bottegaio”)
(trad.©Erik
Battaglia)
O branco
di mignatte, o banda di venditori,
chi
metterà un freno ai vostri traffici?
L’ha
fatto, alla nuova maniera picaresca,
Till
Eulenspiegel.
N.D.T: I
termini tedeschi in corsivo si riferiscono a nomi di case editrici
(Bote&Bock, Breitkopf&Härtel, Schott, Lienau, Drei Masken), ai loro
direttori (Friedmann, Robert Lienau, Strecker), nonché a opere e personaggi
straussiani (Der Rosenkavalier, Tod und Verklärung, Heldenleben, Ochs di
Lerchenau). Tali giochi di parole sono naturalmente intraducibili. Il verso
“Drei Masken sah ich am Himmel stehn” è una parodia dell’incipiti di Die
Nebensonnen da Winterreise di Franz Schubert.
(trad.©Erik
Battaglia)
Ora come
distinguerò il mio amore fedele
fra tutti
gli altri?
Dal
cappello di conchiglie, dal bastone
e dai
sandali.
Egli è
morto e andato, da tempo
morto e
andato, Signora!
Sul suo
capo verdi zolle,
ai suoi
piedi, pietre.
O, ho!
Il suo
sudario, bianco come neve,
è cosparso
di fiori piangenti.
Ahimè!
Alla tomba andranno umidi
della
rugiada d’amore.
(trad.©Erik
Battaglia)
Buon
giorno, è San Valentino,
al
mattino, prima dell’alba,
verrò alla
tua finestra
e sarò la
tua Valentina.
Il
giovanotto si vestì,
aprì
l’uscio, fece entrare
la
fanciulla, e fanciulla
più non fu
quando uscì.
Per Gesù e
la santa carità!
Che razza
di insolenza!
Un
giovanotto lo fa, se può,
e in
verità non è cosa buona.
Lei disse:
prima di prendermi
hai
promesso di sposarmi.
E l’avrei
mantenuto, se all’alba
tu non
fossi entrata qui.
(trad.©Erik
Battaglia)
Nudo lo
portarono sulla bara,
ahimè,
ahimè! Il mio amato!
Lacrime
caddero nel lugubre grembo -
addio,
addio, piccioncino!
È il mio
Johnnie, giovane e fresco,
che io amo
- e lui non tornerà
mai più?
Egli è
morto, ahimè!
Vai pure
al tuo letto di morte,
lui non
tornerà mai più da te.
La sua
barba era bianca come neve,
la sua
testa come lino.
È andato,
è andato,
a nulla
serve il pianto:
pace all’anima
sua
e a tutte
le anime in Cristo!
A tal
cagione prego! Dio sia con voi!
(dal “Libro del Malumore” in “Il
Divano Orientale-Occidentale”)
(trad.©Erik
Battaglia)
Chi può
pretendere dal mondo
ciò che il
mondo non ha e sogna?
Guardandosi
alle spalle e di fianco
sempre
perderà il giorno buono.
I suoi
sforzi, la sua buona volontà,
zoppicano
dietro la vita incalzante,
e ciò che
ti serviva anni fa
te lo
darebbe adesso.
(dal “Libro del Malumore” in “Il Divano
Orientale-Occidentale”)
(trad.©Erik
Battaglia)
Vi ho
forse mai consigliato
su come
agire in guerra?
E dopo, vi
ho forse biasimato
per aver
voluto stringere pace?
E così, pacifico, ho osservato
il
pescatore gettare le reti,
e al
falegname esperto mai
dovetti
consigliar la squadra.
Voi,
invece, volete saper meglio
di me ciò
che io ho meditato,
ciò che la
natura, zelante,
a me ha
destinato.
Sentite in
animo la stessa forza?
Bene,
occupatevi dei vostri affari!
Ma se
guardate la mia opera,
imparate:
così l’ha voluta creare.
(dal “Libro del Malumore” in “Il
Divano Orientale-Occidentale”)
(trad.©Erik
Battaglia)
Dell’abiezione,
nessuno
abbia a
lamentarsi;
essa
incarna il potere,
checchè se
ne dica.
Nel male
sa imporsi
con
massimo profitto,
del bene
sa servirsi
a suo
completo arbitrio.
Viandante!
Vorresti ribellarti
a tale
miseria?
Vortici e
merda secca:
lasciali
girare e farsi polvere.
(trad.©Erik
Battaglia)
Sacra
notte! Sacra notte!
Pace
celeste serrata tra stelle!
Tutto ciò
che la luce aveva separato
si
ricongiunge,
tutte le
ferite
sanguinano
dolcemente nel crepuscolo!
La lancia
di Bjelbog, la lancia di Bjelbog
penetra
nel cuore della terra ebbra,
che con
gesti sublimi immerge
una rosa
nel grembo
del
profondo aere scuro.
Sacra
notte! Sposa casta!
Nascondi la
tua dolce vergogna,
quando la
coppa nuziale sarà
versata.
Così
scorre
il giorno
nella passione della notte!
AVREI VOLUTO INTRECCIARE UN
MAZZOLINO
(trad.©Erik
Battaglia)
Avrei
voluto intrecciare un mazzolino,
ma scese
profonda la notte,
non mi fu
dato trovare un fiorellino,
a te
l’avrei ben donato.
Lacrime
dalle mie guance
caddero
sul trifoglio,
ecco che
vedo in giardino
un
fiorellino spuntare.
Per te l’avrei colto dalla
scura
macchia di trifogli,
d’un
tratto prese a dire:
“Ah, non
farmi del male!
Abbi cuore
gentile,
pensa alle
pene che provasti,
e non
lasciare che tra pene
io muoia
pria del tempo!”
Se così
parlato non avesse,
tutto solo
nel giardino,
colto
l’avrei per te,
or di
farlo più non oso.
Il mio
tesoro non è venuto,
sono
terribilmente solo.
In amore dimora
tristezza,
e non può
essere altrimenti.
(trad.©Erik
Battaglia)
Sussurra,
amato mirto!
Sul mondo
regna il silenzio;
La luna fa
da pastore alle stelle,
e sui
tersi campi del cielo
sospinge
il gregge di nubi
verso la
sorgente della luce;
dormi, amico,
dormi,
finchè
tornerò da te!
Sussurra,
amato mirto!
Sogna al
chiarore di stelle;
la tortora
ha già covato
la sua
nidiata.
Silente il
gregge di nubi
va alla
sorgente di luce;
dormi,
amico, dormi,
finchè
tornerò da te!
Non senti
le fonti mormorare?
Non senti
frinire il grillo?
Porgiamo
ascolto, silenziosi;
felice,
chi muore nel sogno,
felice,
colui che le nubi cullano,
mentre
Luna canta ninnananne;
Oh, come
sa volare felice,
colui cui
il sogno muove le ali,
e sulla
volta blu del cielo
coglie
stelle come fossero fiori.
Dormi,
sogna, vola, presto
ti
sveglierò e sarò felice!
QUANDO MI RAGGIUNSE
IL TUO CANTO
(trad.©Erik
Battaglia)
Risuonò il
tuo canto, l’ho sentito,
passando
tra rose s’alzava alla luna.
Ero una
farfalla colorata, in primavera,
tu m’hai
cangiata in un’ape devota;
solo la
rosa bramo, da che
mi
raggiunse il tuo canto!
Risuonò il
tuo canto! Per la mia pace perduta
gli
usignuoli intonano mesto il canto del cigno.
Alla luna,
che sta in ascolto dal cielo,
alle
stelle e alle rose levo il mio lamento,
là dove disparve,
colei
il cui
canto risuonò!
Risuonò il
tuo canto: neppure una nota fu vana;
la
primavera tutta, che respira amore,
s’è
riversata, al tuo canto, profonda
nel
bramoso torrente della mia vita;
al calar
del sole, quando
mi
raggiunse il tuo canto!
(trad.©Erik
Battaglia)
Presso il
fuoco sedeva Cupido
il
fanciullo, e Cupido era cieco;
con le
piccole ali ravvivava
egli le
fiamme, e rideva,
sventolava
e rideva, il furbetto.
Ahimè, al
bimbo brucian le ali,
Cupido
veloce, corre Cupido!
Oh, come
brucia e soffre, e
mentre
piange sbatte le ali;
in grembo
alla pastorella finisce,
il
furbetto, e intanto grida aiuto.
E la
pastorella soccorre Cupido
il
fanciullo, Cupido crudele e cieco.
Guarda,
pastorella, il tuo cuore brucia,
non hai
riconosciuto il burlone?
Vedi come s’ingrossa
la fiamma:
guardati
dal fanciullo astuto!
Ê tu ridi
e sventola, furbetto.
(trad.©Erik
Battaglia)
Quando
infuriano le onde in tempesta,
la donna
di mare, a casa, lavora a maglia;
ma il suo
cuore è fuori,
sospinto
ai flutti selvaggi.
Ad ogni
onda che si infrange
schiumante
sulla sponda,
lei pensa:
affonderà, affonderà,
alla terra
e a me mai più tornerà.
Nella
furia selvaggia del tuono
la
pastorella, a casa, lavora di filo;
ma il suo
cuore fuori volteggia,
nel
violento sibilare del vento.
Ad ogni lampo,
che s’abbatte
stridendo
tra brontolio di tuoni,
lei pensa:
mio pastore, mio pastore,
mai più
tornerai sul mio cuore!
Quando
tremano gli abissi,
attende, a
casa, la donna del minatore;
ma il
cuore suo fedele trema
nel
profondo orrido pozzo.
Ad ogni scossa
che tremando
scuote
l’incerto cunicolo,
lei pensa:
travolto, travolto,
la scura
terra me l’ha tolto!
Quando la
battaglia crepita e infuria,
siede, a
casa, la moglie del soldato;
ma il suo
cuore trepida e vaga
nel
fragore del campo di battaglia.
Ad ogni
squillo che riecheggia
tra i
pendii lei pensa: caduto,
caduto il
mio eroe, è caduto
per la
patria il mio soldato!
Ma già sui
monti lontani
il vento
si placa, si smorza il tuono;
ascolta
l’allodola ebbra esultare:
“Tireli,
Tireli!” è il canto di vittoria.
Migrate
altrove, corvi, il cielo è terso,
vieni
fuori sole, vieni a me!
Allodole
che esultate sui monti,
cantatemi
il canto gioioso!
Con alloro
e rami di cipresso orna
Vittoria
il lieto volto solenne.
Signore,
se egli tornerà a me
cinto delle
verdi foglie del lutto,
allora
cupa notte sii benvenuta!
Il Signore
ha dato le stelle,
il Signore
se le riprende,
lodato sia
il nome del Signore!
(trad.©Erik
Battaglia)
La vedo
ancora,
l’amata
stella;
occhieggia
giù,
anelante a
me;
più calda
e lucente,
al suo avvicinarsi
gli altri
si rabbuiano,
con cuore
oppresso.
Con i
capelli al vento,
s’affretta
verso me,
il popolo
sogna vittorie,
io sogno
il riposo.
Gli altri
la guardano
per
divinazioni,
i tempi
passati
sono la
mia luce.
(trad.©Erik
Battaglia)
Amici, consacrate
la coppa
ad ogni
ignota razza d’uomini
che alla
stessa luce del sole
si
rischiara e in amicizia si pasce.
Buona
sorte ai diletti sconosciuti,
portati
dalla luce, con animo affine,
i cui
occhi straripano
nel
guardare il sole.
(trad.©Erik
Battaglia)
La vostra
bocca è sempre una,
sempre
nuovo il suo bacio,
i vostri
occhi son gli stessi,
il loro
franco sguardo mi è fedele.
O amata
monotonia,
che
varietà in te!
(trad.©Erik
Battaglia)
La
mia carrozza va lentamente
nel
radioso verde boschivo,
per valli
in fiore, che sbocciano
al magico
splendore del sole.
Siedo,
medito e sogno
e penso
alla mia amata;
ed ecco
entrare tre ombre
e
salutarmi con un inchino.
Saltellano
e fan versacci,
beffarde
ma timorose,
e come in
turbinio di nebbie
sgusciano
via ghignando.
(trad.©Erik
Battaglia)
È proprio
un cattivo tempo,
piove, c’è
tempesta e nevica;
siedo alla
finestra e guardo
fuori,
nell’oscurità.
Brilla una
lucina solitaria,
e
lentamente passa oltre;
una
mammina con la lanterna
arranca
laggiù sulla strada.
Uova,
burro e farina
credo
abbia comprato;
vorrà
infornare una torta
per la sua
bambinona,
che a casa
se ne sta in poltrona
ammiccando
assonnata alla luce;
i riccioli
color dell’oro fluttuano
sui dolci
tratti del viso.
(trad.©Erik
Battaglia)
Le tue
sopracciglia arcuate, amata,
sono
piante di Paradiso,
nella cui
ombra dimorano i cari
tuoi
occhi, angioletti sorridenti.
Lo
splendore che si irradia nel mondo,
emana da
quegli angeli,
che han
recato il bagliore
dai campi
del Paradiso!
(trad.©Erik
Battaglia)
Datemi il
mio bicchiere!
Con lui
s’eclissa il pallido lume della ragione,
così come
il sole eclissa le stelle!
Datemi il
mio bicchiere!
Dimenticherò
le preghiere del mio breviario,
tutte le
sure del Corano getterò nel vino!
Datemi il
mio bicchiere!
Che i canti
s’innalzino risuonando alle danzanti
sfere
con
slancio possente! Io sono il signore del mondo!
(da “Il flauto cinese”)
(trad.©Erik
Battaglia)
Raccolsi
un piccolo fiore di pesco
e lo
portai alla bella donna giovane
le cui
labbra, o cielo, sono più rosa
e più
dolci del più bel fiore di pesco.
E catturai
una rondine nera
e la
portai alla bella donna giovane,
che ha
sopracciglia sottili e scure
come le
sottili ali d’una rondine.
Passò un
giorno e il fior di pesco
era
appassito, fuggita la rondine,
volata lungi
alla montagna azzurra
dove
dimora il genio del fior di pesco.
Ma la
bocca della bella donna giovane
rimase
dolce e rosea, e d’ugual splendore,
e le esili
ali delle sue sopracciglia
non
presero il volo e ancora la ornano.
(trad.©Erik
Battaglia)
La forza
dominante sul mondo non siede su un trono.
Essa
risiede nel tuo viso in fiore, o Superba!
Il giorno
non viene rischiarato dall’aureo sole,
dai tuoi
occhi scaturisce la luce meravigliosa!
Nelle tue
mani sottili risiede la potenza della vita,
e, a tuo
piacere, la nera potenza della morte parimenti.
Tu
malvagia non smetti mai di compier nefandezze.
Fallo pure
senza tema, il cielo non si adirerà con te.
Compito
degli angeli sarebbe di prender nota
del male
che tu fai, ma essi non lo portano a fine.
Essi ti
amano.
(trad.©Erik
Battaglia)
Le perle
della mia anima
altro
senso non hanno, dolcezza mia,
se non di
essere da me cosparse
ai tuoi
piccoli piedi capricciosi.
Finchè il
mio cuore pulserà,
io ti
apparterrò.
Ma quando
mi seppelliranno,
dalla
tomba come vortice di polvere
verrò a
baciare l’orlo della tua veste,
pieno
d’amore.
Hai
provato a ferirmi con le parole,
ma sei in
errore.
L’amarezza
di ciò che dici trapassa
labbra sì
dolci, che tutto,
ciò che mi
giunge alle orecchie,
è solo
amabile lusinga.
Mai
potremo essere assieme,
tu ed io.
Quel che
faccio per amore,
tu lo
deridi.
Del male
che mi infliggi,
io mi
libero.
Se
t’adorno d’ogni sorta di preziosi,
tu t’adiri
con me.
E le tue
parole di collera
le accetto
con un sorriso
come
fossero graziosi saluti.
Vorrei
intrecciare un’infinita
treccia
dei tuoi capelli,
per
dondolarmi
tra stella
e stella,
e a tutti
i mondi orbitanti
felice
narrare la tua bellezza.
(trad.©Erik
Battaglia)
Il gelo ha
coperto di brina
il tetto
della mia casa;
ma il
soggiorno
è rimasto
al caldo.
L’inverno
mi ha coperto
di neve il
capo;
ma rosso
scorre il sangue
nel mio
cuore.
Il giovane
fiorir di guance,
le rose,
più non sono,
sono
andate via
una dopo
l’altra.
Dove sono
andate?
Giù in
fondo al cuore.
Là
fioriscono, ora come
prima,
all’occorrenza
Son forse
i fiumi di gioia
tutti nel
mondo prosciugati?
Ancora mi
scorre in petto
un quieto
ruscello.
Son forse
gli usignoli
dei campi
tutti ammutoliti?
Nel
silenzio che mi circonda,
uno ancora
veglia.
E canta:
“Signore della casa,
chiudi la
porta,
affinchè
il freddo mondo
non ti
invada la stanza.
Chiudi
fuori il rude
respiro
della realtà,
solo al
profumo dei sogni
apri la
casa e il cuore.
Ho vino e
rose
in ogni
canzone,
e di
canzoni così
ne ho a
migliaia.
Dalla sera
al mattino
e lungo
molte notti
ti canterò
della giovinezza
e delle
pene d’amore.”
(trad.©Erik
Battaglia)
Adamo era
una zolla di terra,
che Dio
trasformò in uomo,
ma del
grembo materno conservò
molti
tratti grossolani.
Gli
Elohim, su per il naso,
gli infusero
lo spirito prescelto,
e già
credette d’esser superiore,
poiché
prese a starnutire.
Nonostante
ossa, membro e testa,
era pur
sempre una mezza zolla,
finchè Noè
trovò per il babbeo
la
soluzione: il boccale.
La zolla
sente subito il vigore,
non appena
la innaffi,
come la
pasta, che appena lievitata
si mette
in movimento.
Così,
Hafis, possa il tuo canto soave,
il tuo
sacro esempio,
guidarci,
al tintinnare dei calici,
al tempio
del nostro creatore.
(trad.©Erik
Battaglia)
La vidi
una sola volta,
e poi non
più;
vidi un
raggio di luce celeste,
e poi non
più.
Circonfusa
da brezze mattutine
la vidi
andare per la valle;
nella
valle fu primavera
e poi non
più.
Nella sala
della festa
la vidi
liberarsi del velo,
nella sala
fu il paradiso,
e poi non
più.
Lei era la
coppiera, e bramosia
offriva ai
commensali;
sorridendo
mi porse un calice,
e poi non
più.
Lei era la
rosa, e la vidi fiorire
nella
rugiada del mattino;
a sera la
rosa era pallida,
e poi non
più.
Quella
sola volta Primavera
pianse per una sua rosa,
quando
morte la ghermì,
e poi non
più.
Una sola
volta, al suo impallidire,
la gioia
della vita fu acre,
e dolce lo
strazio della morte,
e poi non
più.
Vidi la
rosa nel velo nuziale,
avvolta
nella
scura
camera stretta e angusta,
e poi non
più.
Andrò nella
stanza della rosea sposa
al chiaror
di luna
e ancora
piangerò infinite lacrime,
e poi non
più.
La vidi
una sola volta,
e poi non
più,
vidi un
raggio di luce celeste,
e poi non
più.
(trad.©Erik
Battaglia)
Ancora per
un’ora lasciatemi rimanere
nella luce
del sole,
a spartire
coi fiori gioia e pena di vivere
nella luce
del sole!
Venne
primavera a scrivere su foglie di rosa
una poesia
di sogno
sul
Paradiso, e i versi dorati io lessi
nella luce
del sole.
Venne
l’estate, a consumare la terra
con torcia
celeste,
io vidi la
rosa soccombere ai suo strali
nella luce
del sole.
Venne
l’autunno, e la vita casalinga;
lo vidi
appressarsi,
e poi
fuggire con la rosa in mano
nella luce
del sole.
Vi saluto,
immagini tutte della vita!
Voi che
vedo qui
attardarvi e poi precedermi
nella luce
del sole.
Vi saluto,
viandanti della vita!
Voi che
senza di me
e voialtri
che a tratti m’accompagnaste
nella luce
del sole.
Guardo
indietro e vedo valli in fiore
attraversate
con passo lieve,
e il monte
che fu difficile superare
nella luce
del sole.
Vado a
riposarmi dalla dolce
stanchezza
del vivere,
a guarire
la gioia e la pena terrena
nella luce
del sole.
(trad.©Erik
Battaglia)
Ruscelletto
argenteo e chiaro,
sempre
oltre t’affretti.
Me ne sto
sulla sponda, e penso:
donde vieni,
dove vai?
Dal buio
grembo della roccia vengo,
fiori e
muschi tappezzano il mio corso.
Sul mio
specchio soave ondeggia
del cielo
azzurro l’amica sembianza.
Ho dunque
come un bimbo lieta la mente,
sempre
oltre mi sospinge, dove non so.
Chi mi ha
sottratto alla roccia,
egli,
credo, sarà la mia guida.
(trad.©Erik
Battaglia)
Oh
pienezza! Affettazione e bello spirito,
tradotti
nel più nobile panorama:
a destra
la cupola, a sinistra la cupola
delimitano
maestose l’ampia visione.
Ah, quei tempi
avevano il potere
di elevare
l’incolta rudezza ad arte!
Sollevati
dal terreno ordine delle cose
rendevano
la vita angusta o ricca.
Non
sembrano muoversi sulle terrazze
dame in
crinolina soavemente corteggiate
da
impeccabili, fiduciosi cavalieri?
No, i
giardini generano amabili miraggi.
Convenzioni,
amori, sorrisi - svaniti!
Ingiallita
e triste solo bellezza resta.
(trad.©Erik
Battaglia)
Un pasto
per noi e una luce per te,
i morti
dormono eternamente,
e il campo
giace incolto.
Che
importa il nome? Il tuo, o Wotan,
forza e
fede sono tutto -
San
Michele salva nos!
Il vento
soffia forte da ovest,
dall’Est
una tempesta porta la peste
e si
scatena il pandemonio.
Il vino
ora congela,
e
congelerà anche in maggio -
San
Michele salva nos!
Potente arcangelo
vincitore del drago,
insegnaci
a stanarlo e ucciderlo,
con colpi
e fendenti atroci.
Tu coi
biondi capelli e la nera armatura,
chi è
tedesco ti serve senza profferir parola -
San
Michele salva nos!
Un pasto
per noi e una luce per te,
i morti dormono
eternamente,
il campo
giace incolto.
E non
parliamo dell’onore della Germania,
essere
pronti alla lotta è ciò che importa -
San
Michele salva nos!
(trad.©Erik
Battaglia)
Nei grigi
sepolcri a lungo sognai
i tuoi
alberi e i cieli azzurri,
i tuoi
profumi e il canto d’uccelli.
Ora mi
giaci innanzi, dischiusa in
splendidi
ornamenti,
inondata
di luce, visione miracolosa.
Mi
riconosci, tenera mi alletti,
nelle mie
membra vibra
la tua beata presenza!
(trad.©Erik
Battaglia)
Il
giardino lutta,
fredda nei
fiori s’insinua la pioggia.
L’estate
rabbrividisce
e affronta
mesta la sua fine.
Foglie
d’oro gocciano
giù
dall’alta acacia,
estate
ride di stanco stupore
nel
giardino del morente sogno.
Ancora a
lungo presso le rose
s’attarda,
e brama il riposo.
Lentamente
chiude i grandi
occhi
divenuti stanchi.
(trad.©Erik
Battaglia)
Ora il
giorno mi ha sfinito,
possa
l’ardente mia bramosia
gentile la
notte stellata
accogliere
come un bimbo stanco.
Mani,
lasciate ogni lavoro,
fronte,
dimentica ogni pensiero,
tutti i miei
sensi vogliono ora
sprofondare
nel sonno.
E l’anima,
incustodita,
si librerà
ad ali spiegate,
e nel
magico cerchio della notte
intensamente
vivrà mille vite.
(trad.©Erik Battaglia)
Attraverso
gioie e stenti
siamo
andati mano nella mano,
del camminare
avremo riposo
ora nella
campagna silente.
Valli
volgono in pendii,
l’aria
intorno si fa scura,
solo due
allodole ascendono
sognanti
nell’aere odoroso.
Vieni, e
lasciale frullare,
presto
sarà tempo di dormire:
così non
ci smarriremo
in questa
solitudine.
O pace
remota e silenziosa,
immersa
nel fulgore della sera.
Come siamo
stanchi di vagare -
è forse
questa la morte?
(trad.©Erik
Battaglia)
Tra
fiorire di rose, phlox e zinnie,
la malva è
la più preziosa nel giardino;
non ha
profumo né purpureo ardore,
come un
pallido viso gonfio di pianto
sotto la
splendida luce dorata.
E poi
lievi si disperdono nel vento,
i dolci
fiori, servi dell’estate.
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